Il rischio di investire in Europa se la Germania non sara d’accordo

Ieri nuovi scossoni dalla Germania, dopo alcuni giorni in cui l’euroatmosfera sugli spread sembrava distendersi, con l’Italia in discesa verso quota 420 e la Spagna sotto quota 500. Sono state le indiscrezioni rilanciate da Der Spiegel a far alzare la temperatura e ad alimentare le reazioni germaniche. Il settimanale tedesco aveva scritto che sarebbe allo studio in BCE una sorta di meccanismo d’intervento per soglie di spread, sopra le quali per ogni Paese eurodebole scatterebbe un piano calibrato di acquisti da parte della Banca centrale europea dei rispettivi titoli pubblici sotto attacco.

Nel giro di poche ore, non è bastata la presa di distanze di Francoforte, che non ha smentito ma ha parlato di decisioni non ancora prese. Il portavoce del ministro delle Finanze a Berlino Schauble ha smentito che il governo tedesco ne sappia alcunché, e ha avvisato Francoforte che si tratterebbe di interventi assai problematici.

La Bundesbank, al contrario, che già coi suoi rappresentanti nel Consiglio della Bce da tempo si astiene e pubblicamente dissente dal ruolo proattivo a difesa degli euroStati sotto attacco sostenuto da Mario Draghi, è tornata a criticare pesantemente nel suo bollettino mensile l’idea di tornare ad acquisti di titoli sovrani da parte di Francoforte.

E’ il solito copione già visto da molto tempo, si potrebbe dire. Fino a un certo punto, però. Le ultime settimane hanno visto infatti nel dibattito pubblico tedesco una crescita sostanziale delle critiche a meccanismi eurocooperativi. Contro tale linea – e contro il cancelliere Merkel se la dovesse sposare – si sono espressi esponenti della Spd all’opposizione, liberali della Fdp della coalizione di governo ma sempre più euroscettici pensando a come superare il quorum alle prossime elezioni, e soprattutto esponenti di prima fila sia della Csu bavarese che della Cdu, i due partiti fratelli che rappresentano il pilastro essenziale del governo Merkel.

Tanto che è giusto chiedersi, a questo punto, che cosa bolla davvero nella pentola tedesca. In una settimana che vedrà dopodomani a Berlino l’incontro tra la Merkel e il presidente francese François Hollande, venerdì un vertice con il premier greco Antonis Samaras e sempre Angela Merkel, e infine sabato a Parigi ancora Samaras con Hollande.

Teniamo innanzitutto presenti due scadenza in calendario. Quella che conta davvero non è il 6 settembre, quando in Bce si potrebbero esaminare i piani rivelati dallo Spiegel. Bensì il 12 settembre, quando gli otto componenti della Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe dovranno pronunciarsi sulla compatibilità con la Legge Fondamentale germanica dei salvataggi europei. Tenete conto che la Costituzione tedesca da una parte afferma che la Germania è uno Stato “democratico e federale” la cui sovranità e potere si esprimono ”attraverso elezioni e altre procedure di scelta diretta”. Dall’altra afferma che la Germania sostiene “un’Europa unita”, il che dovrebbe implicare implicitamente livelli di unione fiscale e mutua cooperazione.

Il mio amico Charles Sizemore, che amministra fondi americani attualmente “lunghi” sull’azionario europeo e che scrive una rubrica per il Wall Street Journal, manda ai suoi clienti report in cui sostiene che i giudici costituzionali tedeschi non silureranno l’euroarea, affermando che i salvataggi di altri Stati comportano un cambio della Costituzione tedesca vigente mediante referendum. Ma aggiunge ovviamente che, in caso contrario, l’ordine di svendita sarebbe corale.

Nouriel Roubini è di opinione diversa. L’ex consigliere di Clinton, della FED e della Banca Mondiale pensa che i nuovi acquisti di eurotitoli deboli da parte della BCE si limiterebbero ancora una volta a comprare tempo. BCE e governi euroforti affiderebbero sempre più alla crescente bancarizzazione la soluzione del problema della mancata convergenza degli eurodeboli. Ma tutto ciò appare ai mercati come un’illusione.

I limiti per Grecia, Spagna e Portogallo di una convergenza attraverso deflazione interna sono ormai toccati, e non oltre percorribili dalla politica dei rispettivi paesi – di qui le richieste di nuovi slittamenti in avanti dei tagli pubblici da parte di Atene e Madrid. Si tratta di una strategia che richiede tempo e pazienza, nonché nuove iniezioni di liquidità a sostegno di quei Paesi. Se la Germania non condivide esplicitamente lungaggini e rischi di tale strada, è ovvvio che i mercati scommettano sull’euro rottura, perché ai loro occhi appare troppo rischioso scommettere la casa – Germania ed euroforti – per salvare il garage- greci, spagnoli, portoghesi.

Personalmente, credo che il ministro degli Esteri finlandese e l’Economist abbiano detto la verità, nell’ultima settimana. Il primo, schierato sulla posizione dell’ortodossia germanica, ha candidamente ammesso che ad Helsinki e non solo lì si stanno valutando piani d’emergenza per affrontare la rottura dell’euroarea, cioè per l’uscita della Grecia e con lei di altri euromembri.

L’ultimo numero dell’Economist ha lanciato in copertina l’idea che la Merkel sia tentata dall’ipotesi. E ha pubblicato all’interno la bozza di un – finto? – memorandum in 32 punti sottoposto all’attenzione della cancelliera tedesca. Un memorandum che avanza due ipotesi. La prima è quella dell’uscita della sola Grecia, ipotesi che alla Germania costerebbe fatti tutti i conti circa 120 miliardi, il 4,5% del suo Pil. La seconda è invece l’uscita di cinque euromembri, Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Cipro: che ai tedeschi costerebbe circa 385 miliardi, cioè il 15% del Pil. La seconda ipotesi è preferibile, sostiene il memorandum, perché farebbe piazza pulita una volta per tutte dell’idea di continuare a chiedere agli eurodeboli nuovo tagli e disoccupati che non possono realisticamente sostenere. Si tratterebbe per ciascuno di fissare una fascia di oscillazione della propria valuta all’euro senza farli uscire dall’Ue, ma il cuore dell’Unione Monetaria ripartirebbe molto più forte.

Sono due le cose da notare. La prima è che anche il memorandum dell’Economist salva l’Italia, non tanto per le manovre del governo Monti ma perché la posizione netta di indebitamento sull’estero del nostro Paese come somma della componente pubblica e privata è pari solo al 21% del nostro Pil – meno degli Usa che stanno al 27%, e sideralmente meglio degli altri 5 euromembri candidati a uscire, che stanno tra l’80 e il 100% e oltre del loro prodotto interno lordo. La seconda è che l’Economist esclude che la Merkel abbia il fegato di scegliere la strada dell’uscita di 5 euromembri.

E’ la stessa scommessa che faccio io. Di conseguenza, l’Italia ha una sola alternativa. Darsi una politica, dopo Monti, ancora più determinata e forte di consenso ad abbattere il debito pubblico non con tasse ma con cessioni pubbliche. Meno spesa e meno tasse.

 

Articolo ripreso da Chigago Blog