Investire nei BRIC una delle opzioni per il ventunesimo secolo

Quattro grandi economie emergenti stanno rivoluzionando il panorama economico mondiale aprendo nuove potenzialità per il sistema imprese anche locale: Brasile, Russia, India, Cina (e l’altalenante Sudafrica) conosciuti anche con l’acronimo BRIC(S) coniato dall’Economista Jim O’Neil.

Fino al 2001 avevano relativamente poco in comune dal punto di vista geografico, politico, culturale ed economico e, grazie a questa “unione”, sono ormai considerati un gruppo di  grandi economie emergenti.

Secondo Goldstein1, autore del Libro “BRIC – Brasile, Russia, India, Cina alla guida dell’Economia globale”, che nel 2000 controllavano un sesto dell’economia mondiale, ora ne possiedono un quarto. Più di un terzo dei titoli di stato americani e circa il 40% delle riserve internazionali sono ora detenuti da questi paesi e dalle loro banche.

Importante è anche il potenziale demografico di queste nazioni, nelle quali vive il 40% della popolazione mondiale, anche se nella loro crescente ricchezza, questi paesi sono ancora caratterizzati da forti squilibri al loro interno.

La trasformazione dei BRICS, da paesi in via di sviluppo a economie emergenti2, è un fenomeno complesso con notevoli implicazioni per i paesi industrializzati. Le imprese devono entrare nella consapevolezza dei grandi mutamenti in atto e puntare con determinazione alle opportunità che presenta questo nuovo scenario mondiale, elaborando da subito nuove strategie per rispondere alle nuove sfide, investendo in nuovi processi di internazionalizzazione sia per rafforzarsi nei mercati più sviluppati che per inserirsi nei paesi BRICS e sfruttare al meglio le opportunità offerte dai nuovi equilibri della geografia economica globale.

Facciamo un passo indietro per capire i motivi per i quali si è arrivati ai BRICS.

Dieci anni fa, Jim O’Neill ha avanzato un’ipotesi: i paesi del G7 avrebbero smesso di essere le superpotenze economiche del pianeta. La globalizzazione avrebbe dato avvio a una nuova era, in cui i paesi emergenti (Brasile, Russia, India e Cina: nazioni popolose, in forte urbanizzazione, ricche di materie prime e piene di ambizione) avrebbero spodestato le più grandi economie occidentali. Negli ultimi dieci anni i quattro BRIC sono entrati tra le prime dieci economie del mondo. Questa previsione di Jim O’Neill è riuscita a stimolare il cambiamento economico e sociale, ha creato nuove strutture politiche e ha cambiato il modo di pensare degli imprenditori e dei politici.

Due anni fa si è aggiunto anche il Sudafrica e il gruppo BRICS è sempre più consapevole della sua potenza e vuole contare di più anche a livello politico. Dal 2009 hanno iniziato a organizzare tra loro dei summit con un chiaro obiettivo: trasformarsi pro­gressivamente in un sog­getto politico.

Al summit di Delhi alla fine di marzo, hanno pressato per la creazione di una banca per lo sviluppo dei BRICS, per poter investire in infrastrutture e fornire un back-up di credito per un’eventuale crisi finanziaria. I BRICS sanno molto bene che Washington e l’Unione Europea non rinunceranno mai al controllo del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Inoltre hanno anche una notevole convergenza di politiche e opinioni quando si tratta dell’assediato Iran, della primavera araba del Medio Oriente e del Nord-Africa.

Dal prossimo anno pe­seranno di più all’interno del FMI, do­ve i BRIC (senza il Sudafrica) saranno tra i primi dieci azionisti. Del resto, hanno in cassa più di un ter­zo delle riserve mondiali in valuta estera: non a caso si sono dichiarati disponibili a rafforzare il FMI per ar­ginare l’eurocrisi.

Non bisogna tuttavia dimenticare che i BRICS devono affrontare una serie di sfide per restare locomotive mon­diali; assieme agli al­tri Paesi emergenti, si preparano a sca­valcare Europa e America. Secondo degli studi fatti, nel 2025 sei Paesi (i BRIC più Messico e Corea del Sud) faranno da soli metà della crescita economi­ca globale. Presto, l’acronimo potrebbe espandersi fino a comprendere Turchia, Indonesia, Corea del Sud, l’Iran nucleare che nonostante i suoi risaputi problemi avanza come parte degli N-11, le prossime 11 economie emergenti.

Il gruppo del G8 sta diventando sempre più irrilevante. Il G20, che comprende anche i BRICS, potrebbe dunque dimostrarsi una realtà possibile. Ma c’è ancora molto da fare per puntare a un cambiamento positivo mondiale: innanzitutto la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e soprattutto, la riforma del sistema di Bretton Woods (se esiste ancora!), specialmente nelle due istituzioni cruciali, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.

 

Articolo ripreso dal sito beta-factor.it