Investire nei combustibili fossili in Italia

Lo sguardo del quotidiano britannico è finito sulla Basilicata e, più precisamente, sul comune diCorleto Perticara (Pz), nella valle del fiume Sauro, dove il sindaco Rosaria Vicino immagina di veder avviata l’estrazione di petrolio attraverso una serie di pozzi aperti lungo le pendici dell’Appennino.

È il cosiddetto progetto Eni di Tempa rossa, approvato dal premier Mario Monti a maggio scorso, partecipato al 75% dalla compagnia francese Total e per il restante 25% da Shell, in un campo di estrazione che dovrebbe garantire una capacità di produzione giornaliera (dal 2016) di 50 mila barili di petrolio, 230 mila m3 di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo.

Per la banca d’affari Goldman Sachs tra i 128 progetti più importanti al mondo in fase di attuazione, «capaci di cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva», sostenuto anche dal sindaco Vicino, la quale, convinta che gli introiti dalle royalties derivanti all’amministrazione locale  cambieranno in meglio la vita dei suoi cittadini, avrebbe dichiarato che «Il petrolio è fondamentale per il nostro sistema di sviluppo. È l’elemento attorno al quale ruotano tutte le nostre speranze».

Estrazione di petrolio e di gas naturale, quindi, che sono al centro della proposta per un nuovo piano energetico nazionale che punta fortemente, ancora una volta, sui combustibili fossili: pur prevedendo risparmi provenienti da un incremento di sfruttamento delle fonti di energia rinnovabile e dell’efficienza, il fulcro del suo successo dovrà venire dal previsto raddoppio della nostra produzione di idrocarburi, per un incremento che dovrebbe fornire all’Italia il 7% del suo fabbisogno totale di energia e creare 25 mila nuovi posti di lavoro.

Total e Shell si fregavano le mani già nei mesi scorsi, del resto, sebbene a rendere un po’ meno brillante l’immagine del progetto è intervenuta l’accusa per quattro ex dirigenti della filiale italiana della Total, compreso il suo ex amministratore delegato, di aver manipolato un bando di gara relativo al futuro centro oli per indirizzarne la gestione verso un consorzio guidato da un costruttore locale.

Accuse giudicate infondate dal tribunale del riesame, che tuttavia ha confermato che tra funzionari della Total, imprenditori e amministratori locali, pur nell’insussistenza dell’associazione per delinquere, sia innegabile una «forte e preoccupante convergenza di interessi». A ciò si sono aggiunte in questi mesi le polemiche preoccupate per un probabile aumento delle emissioni inquinanti diffuse in atmosfera dall’attività estrattiva – l’Ilva non è poi così lontana – e nelle operazioni collegate all’impiego di grandi navi-raffineria nel porto di Taranto, dove sarà necessario costruire due serbatoi da 180mila metri cubi per stoccare il greggio, ampliare il pontile della raffineria Eni e supportare l’aumento del traffico da 45 a 140 navi l’anno.

 

Articolo ripreso da valori.it