Investire nei paesi emergenti una opzione di lungo periodo o una rischiosa scommessa

I paesi emergenti hanno imposto la propria personalità economica e politica, con una rapidità che non ha avuto pari nella storia. Dai confini del mondo industrializzato, l’agenda delle relazioni asiatiche è dettata dalla Cina, così come la Turchia sviluppa un modello post-ottomano (più che post-kemalista) di influenza sul Medio Oriente. In Sudamerica, il Brasile si sta proponendo come esempio di crescita diverso dal “neoliberalismo”, formula disastrosa per Bolivia e Venezuela, e dall’eredità controversa in Cile e Colombia. L’India è tornata ad avere un ruolo nella stabilità del “Greater Middle East”, così come inteso sotto Eisenhower. La Russia, con tutti i limiti etici del modello messianico di Putin, ha fermato l’espansione della Nato a Est: l’ultima annessione significativa, cioè di paesi un tempo allineati con l’Urss, è del 2004.

Ma se fosse tutto solamente un bluff? Il potere nella politica estera dipende dalle capacità commerciali e dall’assetto militare. Tralasciando in questo momento il secondo aspetto, sulle prospettive economiche dei Bric iniziano a emergere numerosi dubbi

Le notizie più insistenti riguardano la Cina. Molti osservatori, memori delle favole sovietiche, guardano con estremo sospetto alla crescita del 9,5% comunicata per il secondo semestre di quest’anno. Forbes elencava recentemente altri indicatori dall’affidabilità più provata. Per esempio, in agosto rispetto a luglio sono calate la domanda di elettricità (-0,1%), l’output industriale (-0,5%) e la domanda di petrolio. Nonostante il periodo fosse il “Natale cinese”, i container erano pieni solo al 90%, mentre le tariffe per il trasporto aereo delle merci sono al 75% rispetto a giugno, prima della stagione commerciale. Le vendite di auto sono scese dell’11,2% tra giugno e luglio, e in agosto hanno recuperato solo lo 0,5 per cento.

Il venticello del dubbio si è insinuato anche tra le redazioni di altri quotidiani economici. Ha scritto Time che il grosso interrogativo è se Pechino sarà in grado di gestire l’immane bolla immobiliare e di infrastrutture che si è gonfiata negli ultimi vent’anni. Il discorso è noto: la maggior parte degli investimenti statali cinesi è diretta alla produzione di beni immobili, e il ritorno è in calo costante da anni. Si consideri poi che gran parte delle finanze statali a livello locale si regge sulla vendita di terreni, per transazioni che solo nel 2010 hanno raggiunto i 500 miliardi di dollari.

Anche il Brasile ispira gli scettici. L’anonima presidentessa Dilma Rousseff, sostenuta da Lula in una cover carioca del tandem Putin-Medvedev, ha vissuto a Brasilia un 2010 che ha registrato il record venticinquennale di crescita, al 7,5%. Il boom è stato in parte drogato dalla scelta della banca centrale di ridurre i tassi al minimo, in barba alla tradizione sudamericana che tende inesorabilmente all’inflazione. Per ora non c’è stato un aumento significativo dei prezzi. Sono in arrivo, però, spese enormi (e moralmente giustificatissime) con nuovo welfare, aumento dei salari minimi, sussidi alla povertà. A esse si aggiungono gli esborsi per preparare i mondiali di calcio del 2014, oltre a quelli relativi ad altri progetti infrastrutturali. Nel settembre del 2011 l’inflazione ufficiale era al 7,3%, dopo aver toccato il 4,5% solo un anno prima. Peraltro, la crescita prevista per il 2011 è al 3,5%. Tanti impegni di welfare potrebbero essere vanificati dall’aumento dei prezzi.

C’è poi il caso russo, dove la questione è prima di tutto politica. Contrariamente a ciò che si crede, l’intenzione di Putin di tornare alla presidenza, dopo la staffetta con Medvedev, non è un segno di forza, ma di debolezza. Se Putin fosse stato certo di riuscire a controllare la situazione da primo ministro, sarebbe rimasto in quella posizione. È chiaro che ha bisogno della poltrona più alta per controllare meglio la sala.

Gli indicatori della crescita russa darebbero adito a ottimismo: per il Fondo Monetario, il paese dovrebbe crescere del 4,3% quest’anno, e del 4,1% nel 2012. Il paese è la sesta economia mondiale, e la robusta cura centralista ha in parte limitato lo strapotere di alcuni oligarchi, anche se con scarsa cura per aspetti di certezza e imparzialità del giudizio. In generale, la strategia di Mosca è stata diretta alla lotta all’inflazione, obbiettivo impopolare quanto necessario nei paesi ad alta esportazione di risorse naturali.

Eppure, anche Putin-Medvedev deve concedere qualcosa al popolo, ed è proprio in questo aspetto che si celano i rischi maggiori per la Russia. La spesa pubblica è in aumento al ritmo del 10% l’anno, e la tendenza sarà confermata via via che le elezioni si avvicineranno nel 2012. Il budget statale dipende in larga misura dal prezzo del barile, e con queste dinamiche c’è il rischio che un calo delle quotazioni (anche in misura minore rispetto a quello del 2008, con la picchiata da 147 a 30 dollari in pochi mesi) possa devastare le casse pubbliche.

In generale, gli investitori non amano la politica economica di Putin: a fronte di una produttività industriale relativamente bassa, nel solo 2010 circa 34 miliardi di dollari hanno preso la via dell’estero. Se la quotazione delle azioni russe galleggia al 40% rispetto agli altri BRIC, un motivo ci sarà, ed è fortemente legato al rischio.

Un altro caso interessante, che riguarda da vicino l’Europa, è quello turco. Ankara ispira paure e speranze. Per ragioni geografiche, il paese è stato spinto al centro dei nuovi transiti energetici eurasiatici. Prima delle sommosse arabe era diventato il riferimento per lo sviluppo economico della fascia mediterranea della penisola arabica, con l’eccezione di Israele. All’approssimarsi delle rivolte, proprio contro Israele ha deciso di ingaggiare un confronto populistico-politico inviando le “flottillas”, provocazione fine a se stessa, che non risolve il dramma di Gaza, ma consente a Erdogan di incassare consenso politico.

Questa confidenza nei propri mezzi dipende da risultati economici brillanti: “Turkey is booming” è il mantra che ripetono gli investitori, osservando le migliaia di progetti immobiliari che invadono le coste del Bosforo. Nel primo semestre del 2011 l’economia è cresciuta del 10,2%, con il solo commercio che nell’ultimo anno è aumentato di più del 20%.

Eppure, anche qui ci sono alcune crepe sulla superficie perfetta della corazzata turca. Secondo un report del Fondo Monetario, l’anno prossimo Ankara dovrebbe ridurre la crescita a un “europeo” 2,5 per cento. Il limite è rappresentato dalla strategia di sviluppo: a fronte di forti problemi inflattivi, il tasso d’interesse è stato ridotto (è la stessa soluzione adottata dal Brasile), con un deficit pubblico annuale al 10% del Pil. Nonostante le aspettative di crescita, un deficit simile non è sostenibile, perché viene realizzato a fronte di inflazione e tassi d’interesse bassi: si tratta di semplice “speculazione pubblica”. Non è un caso che il governo si sia dato l’obbiettivo di scendere al 7,5% di deficit, ma solo nel 2013. A riprova di questo fatto, ci sono i dati dell’industria: la produzione di beni intermedi è rallentata a luglio e agosto, e ancora non è tornata al livello di maggio.

Sembra quindi che, nonostante la propaganda degli investitori, alcuni dei giganti emergenti poggino su basi economiche ancora fragili. Il rischio è che la crisi si possa spostare dai paesi industrializzati a quelli in crescita, con un’ “emergenza degli emergenti” che sarebbe difficile da contenere.

Volendo fare un esercizio di futurologia – a mero titolo esemplificativo! – la dinamica potrebbe seguire un processo a domino molto preoccupante. Un calo della domanda euroamericana potrebbe portare al crollo delle esportazioni di beni industriali dalla Cina, dove la domanda interna rimane ancora troppo bassa. Il rallentamento dell’Occidente e della Cina provocherebbe un calo del prezzo del petrolio e delle materie prime, trascinando con sé la solvibilità statale di Russia e, in parte, del Brasile. La crisi di liquidità che ne seguirebbe interromperebbe il flusso di finanziamento verso il deficit pubblico turco, provocando un rallentamento economico. Turchia e Brasile potrebbero reagire puntando alla sopravvivenza, riducendo ancora di più i tassi d’interesse, e facendo esplodere l’inflazione. Il rallentamento di queste due economie provocherebbe un brusco arresto negli scambi industriali delle rispettive aree geografiche, con conseguenze politiche di proporzioni immani. Ci sarebbe anche una “crisi di ritorno” verso i paesi industrializzati che hanno esportato tecnologia verso quelli emergenti, con la Germania prima fra tutti: da sola rappresenta circa il 40% dell’export UE verso Pechino.

Ma questo è solo un esercizio, che rappresenta solo uno degli scenari possibili. Eppure, segnali preoccupanti sono in arrivo. In reazione alla crisi del 2008, alcuni degli emergenti hanno dato fondo alle casse statali per stimolare le attività economiche: parte dell’inflazione attuale è dovuta proprio all’aumento della spesa pubblica. Ci sono limiti alla portata di tali stimoli, visto che il tasso di risparmio dei cinesi è ancora troppo alto. Dal 2007, oltre il 50% del Pil cinese viene depositato e non speso, in larga misura a causa dell’aumento del tasso di risparmio delle imprese. Se il risparmio nazionale corrisponde all’investimento nazionale (è un’equazione), è difficile che altri soldi pubblici possano stimolare ulteriori investimenti produttivi. Inoltre, diminuiscono anche i soldi che tornano allo Stato sotto forma di tasse. Peraltro, il surplus nazionale cinese si è ridotto di molto negli ultimi tempi, e secondo alcuni nel 2012 il paese diventerà importatore netto.

Questi numeri sul risparmio cinese, paragonati alle dinamiche in corso negli altri emergenti – e in particolare in Russia – rappresentano la chiave per comprendere il problema e l’opportunità di ripresa. La crescita degli ultimi anni, nei Bric e in Turchia, è stata guidata dalla disponibilità di risorse a basso prezzo: terreno, materie prime, lavoro. Le economie a guida statale sono state in grado di coordinare questo “balzo in avanti”, imponendo alle controparti estere “strategie di sistema” che richiedevano il trasferimento di conoscenze e tecnologie, in cambio del permesso di poter impiegare le risorse locali.

Adesso, questi paesi si avvicinano a una situazione nella quale lo Stato è diventato il problema. Differentemente dalla percezione comune, in Cina il Partito e l’apparato pubblico non rappresentano la forza nazionale, quanto un freno alle attività economiche, con le imprese che vorrebbero ingrandirsi e acquisire rilievo. Il Partito ha avuto il merito di isolare il paese dall’iper-finanziarizzazione: dobbiamo però adesso distinguere i danni della finanza speculativa, dalle opportunità dell’impresa privata. Anche il concetto di “impresa privata”, a sua volta, è diverso da quello di “neoliberalismo”, che probabilmente per la Cina non è la ricetta migliore, visti le crescenti tensioni sociali che il paese deve affrontare.

Lo Stato in Russia e in Cina rappresenta una variabile imprevedibile e spesso arbitraria, che spinge cittadini e imprese a evitare il più possibile i rischi: è per questo che il tasso di risparmio in Cina è così alto, mentre in Russia i soldi vengono spediti all’estero, e in entrambi i paesi le azioni sono quotate a livello molto più basso rispetto al resto del mondo.

Se si riuscisse a stimolare la domanda interna, i paesi emergenti potrebbero rappresentare veramente quell’ “ancora di salvataggio” per fornire un sostegno contro la crisi “double-dip”. Eppure, gli imprenditori sono messi a tacere, e ciò che giunge a noi è solo la propaganda governativa, tesa a difendere il potere dei partiti di governo permanente.

Articolo ripreso da linkiesta.it