Investire nel petrolio sono a scopo speculativo e nel breve termine

Il prossimo mese si riunirà l’Opec per stabilire il livello di produzione di petrolio del cartello, e da mesi è iniziato uno scambio di messaggi per ritoccare le quote assegnate ai diversi paesi. Esse sono calcolate in base alle riserve: maggiori sono i barili sottoterra, maggiori sono i permessi di esportazione assegnati. Ma tra annunci e dichiarazioni, un dato sembra ormai evidente: il prezzo del petrolio potrebbe calare in maniera significativa nel 2012.

L’ultimo, enorme scossone al mondo petrolifero è provenuto dalla crisi del 2008. Nel luglio di quell’anno, la quotazione del barile aveva raggiunto i 147 dollari, all’apice di una scalata avviata all’inizio della decade. Nell’ottobre successivo, stante il fallimento di Lehman, il barile era rotolato fino ai 30 dollari. La domanda di petrolio si era ripresa nei mesi successivi, grazie non solo a un recupero occidentale, quanto soprattutto al contributo asiatico e sudamericano.

Ma cosa riserva il futuro? Il primo cambiamento certo, individuato dall’Opec, è quello del ritorno in produzione di alcuni paesi importantissimi per il settore, quali la Libia e l’Iraq. Il primo sta bruciando le tappe nel recupero dell’estrazione. Prima del conflitto la Libia produceva 1,6 milioni di barili al giorno, e sono già tornati “on stream” circa 400.000 barili di petrolio “facile”. Si prevede che entro la fine del primo trimestre del 2012 l’estrazione tornerà a un milione, visto che ormai le aziende petrolifere storiche, tra cui Eni e Wintershall, hanno piena libertà di operazione.

La produzione aggiuntiva dipenderà dalla messa in sicurezza dei territori estrattivi, ma le prospettive sono incoraggianti: per raggiungere 3 milioni di barili al giorno, l’investimento previsto è di circa 30 miliardi di dollari, secondo stime francesi.

L’Iraq è un caso ulteriore: entro fine ottobre dovrebbe raggiungere i tre milioni di barili al giorno, segnando il record dal 2003. Entro il 31 dicembre del prossimo anno si potrebbe arrivare a 3,5 milioni. Sono in corso le negoziazioni sul target: nel 2009 si era parlato di arrivare a 12 milioni al giorno, ma recentemente il direttore della commissione energetica irachena, Adnan al-Janabi, ha proposto un obbiettivo più umile di cinque milioni. Il ministro del petrolio Abdul-Kareem Luaibi ha controbattuto con un target a 8-8,5 milioni.

Questa negoziazione domestica in Iraq rappresenta appieno l’incertezza del settore: dopo anni di produzione al minimo, Baghdad non vuole ripresentarsi a Vienna con obbiettivi troppo aggressivi. Il problema, infatti, non è solo dal lato della produzione, ma anche da quello della domanda, che è prevista in stagnazione nei prossimi mesi. La stessa Opec ha ridotto il consuntivo sulla domanda del 2011, passando dal +2% previsto rispetto al 2010, a un +1,6%. Nel 2012 la domanda dovrebbe invece calare, a causa delle incertezze economiche, scendendo di 1,2 milioni di barili a 88 milioni.

Insomma, la torta si restringe, e i membri del cartello iniziano a litigare. Ci sono strategie diverse in atto. Il Venezuela, forte di nuove scoperte petrolifere, nel luglio di quest’anno è diventato il maggior paese petrolifero al mondo per riserve, sorpassando l’Arabia Saudita. I quasi 300 miliardi di barili del paese sudamericano dovrebbero giustificare un aumento della quota, consentendo così di raggiungere il livello prefissato dall’azienda nazionale Pdvsa a 3,24 milioni per il 2012, per salire a 4 milioni nel 2015 e 6 milioni nel 2019. Anche se il prezzo del barile dovesse diminuire, le maggiori quote di export potrebbero consentire al bilancio pubblico venezuelano di rimanere in piedi, perpetuando il disegno di Chavez di fare il socialista con i soldi dei capitalisti.

Diversa è la strategia dell’Iran, che non ha modo di aumentare la propria capacità di produzione ed esportazione. Il ministro del petrolio Rostam Qasem lo ha detto: “sarebbe opportuno mantenere la produzione attuale”. Anzi, secondo un altro iraniano, il governatore dell’Opec Mohammad Ali Khatibi, la produzione del cartello andrebbe ridotta, per far spazio alla Libia: del resto, dopo lo scoppio del conflitto l’Opec aveva aumentato l’estrazione per coprire il buco; si tratterebbe adesso di richiamare la decisione d’emergenza. La riunione Opec di dicembre sarà infuocata. Già lo scorso 8 giugno, nel corso dell’ultimo summit, i paesi non hanno trovato accordo su un aumento di 1,5 milioni proposto dai sauditi, e per la prima volta in vent’anni tutti sono tornati a casa senza un’intesa.

Lo scenario più probabile è che le quote produttive rimarranno invariate, per combinare le diverse richieste di aumento e diminuzione. Del resto, i sauditi hanno già chiarito che loro con un prezzo del barile tra 70 e 90 dollari starebbero benissimo: anche se la produzione Opec non venisse ridotta, e il prezzo scendesse a causa della domanda in calo, per Riyadh la vita continuerebbe, ben rifinita d’oro come al solito.

Alla fine, è il Venezuela che rischia di esser tagliato fuori dai giochi politici. Non verrà ascoltato dagli altri. Chavez ha vaneggiato l’ipotesi di creare un cartello alternativo all’Opec, che riunisca altri paesi emergenti produttori di petrolio. Forse preferisce essere testa di luccio che coda di storione. Forse ha anche sbagliato partner cui esprimere il suo disegno: Igor Sechin, il vice-premier russo. Mosca non ha mai accettato alcun accordo di riduzione produttiva, anche quando il prezzo era scivolato a dieci dollari al barile nel maggio del 1986. Ma non è detta l’ultima parola: chissà se il fascino irresistibile del socialismo venezuelano non riuscirà a influenzare anche il Cremlino!

Articolo ripreso da linkiesta.it