Investire per salvare l’ambiente

Il ‘Keynesismo ambientale’ è un’ampia scuola di pensiero che sostiene che la spesa pubblica su obiettivi ‘verdi’ può contemporaneamente salvare l’economia dalla recessione e il pianeta dalla distruzione.

Dopo il crollo di Lehman Brothers queste idee hanno guadagnato un notevole fascino politico. Nell’ottobre 2008 il Programma Ambientale delle Nazioni Unite ha chiesto un “Global Green New Deal”, a cui ha raccomandato che il G20 destini l’1% del PIL mondiale.

Se un tale approccio sembra molto illuminato, in realtà soffre di un difetto fondamentale. Per funzionare economicamente, questi progetti dipendono dalla crescita continua dell’economia del consumo – che per definizione questa scuola di pensiero riconosce come insostenibile dal punto di vista ambientale.

Ancor meno compreso è il corollario: che se questi progetti funzionano dal punto di vista ambientale, non saranno economicamente sostenibili. Almeno, non in un’economia capitalista. Ciò che è veramente necessario è in realtà una qualche forma di investimento socializzato, che non è legato alla possibilità di ottenere un ritorno economico.

Tre concetti di keynesismo

Ci sono infatti tre concetti distinti all’interno delle ricette politiche in questione. Se ciascuno di essi può essere o meno attribuito correttamente a Keynes è un altro punto, non da trattare in questa sede.

Il primo è l’effetto moltiplicatore. Questo prevede che un aumento della spesa pubblica porterà a ulteriori ondate di spesa privata, in quanto coloro che ricevono denaro spenderanno parte di tali entrate per altri beni e servizi, chi venderà questi ultimi spenderà a sua volta una parte del denaro guadagnato, e così via. Questo è il principio che sottende i piani nazionali di rilancio, come l’American Recovery and Reinvestment Act del 2009.

L’idea è che, in una fase di recessione, il governo intervenga per acquistare maggiori beni e servizi, con l’obiettivo di ripristinare il flusso della domanda attraverso l’economia. L’approccio del keynesismo ambientale è stato quello di indirizzare la spesa pubblica verso progetti che contemporaneamente portino dei benefici ambientali – l’installazione di isolamento termico, ad esempio.

Il secondo concetto rievoca le politiche di Roosevelt. Gli investimenti pubblici nel New Deal erano volti non solo ad iniettare domanda a breve termine nell’economia, ma a costruire infrastrutture – strade, dighe e ponti – che portassero allo sviluppo nel lungo termine. Il Keynesismo ambientale sostiene che gli investimenti in infrastrutture verdi faranno espandere l’economia in nuove direzioni.

Il terzo concetto si sovrappone al secondo. Esso deriva dal presupposto che lo sviluppo futuro dell’economia mondiale è destinato ad essere dominato da tecnologie a bassa emissione di carbonio. La sua tesi è in genere un appello agli interessi nazionali: investendo in ricerca e sviluppo nelle industrie del futuro, un governo contribuirà a rendere la sua economia competitiva a livello internazionale.

Il rilancio verde a breve termine ed i suoi critici ambientali

L’effetto moltiplicatore è stato una caratteristica di numerosi piani di rilancio nazionali presentati nel 2009. Sono stati in genere attaccati dagli ambientalisti, perché le componenti verdi quasi scomparivano in confronto ad una spesa molto più grande su aree ad alta intensità di carbonio.

Una critica più profonda è stata fatta da Tim Jackson, autore di Prosperità senza crescita. Jackson critica il concetto stesso di effetto moltiplicatore come strumento ambientale, in quanto esso si basa sul fatto che i beneficiari dei fondi statali spendano una parte del loro reddito su altre cose. Ciò non può che incrementare l’intensità di carbonio derivante da un consumo di tipo convenzionale.

Nonostante questo, Jackson rimane saldamente favorevole alle proposte ambientali di tipo keynesiano, perché condivide il secondo e il terzo concetto, relativi all’uso degli investimenti verdi per trasformare l’economia.

In realtà, le stesse obiezioni che egli ha mosso al rilancio verde a breve termine verde si applicano agli investimenti verdi a lungo termine. Perché questi ultimi abbiano successo come investimenti economici, essi devono portare ad un espansione dell’economia dei consumi – con tutto il peso che ciò avrebbe sulle risorse ambientali, non ultimi i pozzi di carbonio.

Gli investimenti verdi a lungo termine: l’ala economica

Coloro che chiedono investimenti pubblici in ricerca e sviluppo e progetti infrastrutturali si dividono in due campi. I primi costituiscono l’ala economica, e (Nicholas Stern, per esempio) sottolineano che questa è la chiave dell’espansione economica. In genere confrontano gli investimenti verdi con le precedenti ondate di sviluppo delle infrastrutture (ferrovie, autostrade, reti elettriche), e prevedono che essi porteranno ad una nuova rivoluzione industriale.

Ma ci sono forti motivi per dubitare che ciò avvenga. La maggior parte dei progetti infrastrutturali verdi – i parchi eolici, ad esempio – sono solo sostituti più costosi per ciò che già abbiamo. Per imprese e famiglie non ci sarà alcuna differenza in ciò che esce dalla presa elettrica, e se l’elettricità è stata prodotta da un pannello solare o da una centrale a carbone.

Questo ci porta ad un secondo problema. Per utilizzare l’analisi di Marx, il settore energetico fa parte del Dipartimento I – la produzione dei mezzi di produzione – su cui si basa il Dipartimento II – la produzione di beni di consumo. I sostenitori degli investimenti verdi tendono a sostenere che la spesa per infrastrutture energetiche a bassa emissione di carbonio porterà nuovi posti di lavoro e ricchezza. Ma il diretto beneficiario di tali investimenti sarebbe semplicemente un sottosettore del Dipartimento I, sottosettore che non impiega molte persone.

Affinché gli investimenti in energia a bassa emissione di carbonio portino ad un aumento dell’occupazione e della ricchezza, bisognerebbe ampliare il Dipartimento II, la convenzionale economia del consumo. Da dove altro trae profitto il settore energetico? Non solo gli investimenti verdi sarebbero verdi non più degli oggetti della spesa dei consumatori, ma al fine di a) recuperare i costi più elevati, e b) portare ad una crescita economica, questi investimenti dovrebbero portare ad una espansione dei consumi.

Gli investimenti verdi a lungo termine: l’ala ambientale

Un altro gruppo di persone che sostengono gli investimenti verdi antepone l’aspetto della protezione dell’ambiente rispetto a quello della crescita economica, potremmo chiamare questo gruppo ‘l’ala ambientale’. Tim Jackson, per esempio, è in questo gruppo. Le contraddizioni di fondo nelle loro argomentazioni sono esattamente le stesse che per l’ala economica, poiché anche loro giustificano le loro proposte con motivazioni economiche.

L’ala ambientale tende a giustificare economicamente gli investimenti verdi con le seguenti argomentazioni. Essi danno per scontato che i normali costi di produzione dell’energia cresceranno:

  •    i combustibili fossili saranno più scarsi e quindi più costosi;
  •    l’attuale e continuato utilizzo dei combustibili fossili produrrebbe costi economici e pericolosi cambiamenti climatici,
  •    è probabile che i governi imporranno un aumento dei costi del carbonio.

Poi sostengono che investire in progetti energetici a basse emissioni di carbonio porterà a risparmi finanziari maggiori. Spesso, essi concludono che tali investimenti assicurano la realizzazione di un profitto – e che più alto è il prezzo del petrolio o la carbon tax, maggiore è il profitto.

Un problema di questi argomenti riguarda l’effetto rebound, per cui un aumento nell’efficienza delle risorse tende, abbassando i prezzi, ad aumentare la domanda. L’ala ambientale in genere sostiene che gli investimenti in efficienza energetica avranno un ritorno generando risparmi sui costi. Ma affinché questi risparmi diventino un beneficio devono essere spesi.

La domanda è: in che cosa famiglie e aziende spenderanno questi guadagni inattesi? L’ulteriore consumo personale e gli investimenti delle imprese si limiteranno ad aumentare l’insostenibilità della economia del consumo. In sostanza, la giustificazione economica dell’ala ambientale dipende dall’effetto rebound.

Un problema contrastante sorgerebbe se un aumento dei costi dell’energia annullasse l’effetto rebound. Ci sono buone ragioni per credere che un sistema energetico a basso tenore di carbonio sarebbe più costoso di quello oggi in vigore (ad esempio le centrali eoliche non forniscono energia quando non c’è vento, e hanno ancora bisogno di centrali a gas o a carbone come strutture di riserva). Questo potrebbe significare che tutti i risparmi verrebbero usati per far fronte ai maggiori costi dell’energia. Non ci sarebbe quindi alcun aumento della domanda, e l’economia si addosserebbe i costi degli investimenti a basso tenore di carbonio.

Economia del cambiamento climatico

Il problema di fondo dell’ala ambientale è la confusione tra

1.    i risparmi rispetto ad un futuro scenario controfattuale, e

2.    un ritorno redditizio sugli attuali investimenti.

Il cambiamento climatico è un esempio chiave. Come fenomeno nuovo, rappresenta un costo nuovo. Investire in infrastrutture a basso tenore di carbonio, imporre tasse sul carbonio, e costruire difese contro le inondazioni possono ridurre i nuovi costi imposti dai cambiamenti climatici nel futuro; è sempre meglio che non fare nulla. Ma non è la stessa cosa che ridurre un costo esistente, e incassando i guadagni che ne derivano si potrebbe spendere il denaro per altre cose – e usarlo per ripagare l’investimento iniziale.

Mentre la riduzione del carbonio è di per  un nuovo costo. Sarà un peso per l’economia di oggi (rispetto ad altri investimenti che potrebbero creare più posti di lavoro e opportunità commerciali), e può solamente rallentare il nostro futuro impoverimento.

Macroeconomia ambientale

L’ala ambientale in genere fraintende le implicazioni delle proprie proposte. Si rendono conto del fatto che le idee dell’ala economica sono insostenibili dal punto di vista ambientale, ma non del fatto che le loro sono insostenibili dal punto di vista economico – all’interno, cioè, di una economia capitalista. In pratica, la crescita si insinua ed è presente nelle loro ipotesi come una costante teorica. Senza questo presupposto, le loro proposte economicamente non hanno il senso che pretendono di avere.

Tim Jackson, ad esempio, prevede un’economia della crescita zero (in pratica, un’economia che si contragga fino a raggiungere uno stato stazionario), e si aspetta tuttavia che gli investimenti nell’economia a basso tenore di carbonio generino un ritorno. Ma ritorno significa aumento del potere d’acquisto reale rispetto a quello che si sarebbe avuto con il denaro di origine. Ciò, a sua volta, prevede che l’intera economia cresca. Ci sono una serie di motivi per ciò.

In primo luogo, se l’economia smette di crescere, ci sarebbe una implosione deflazionistica in cui essa effettivamente si contrarrebbe.

In secondo luogo, perché un investimento in un settore dell’economia funzioni, devono crescere anche altri settori dell’economia. Ad esempio, come già discusso, i parchi eolici realizzerebbero un profitto solo dal consumo di aziende e famiglie.

In terzo luogo, se l’economia si contrae, allora anche se un investimento (in turbine eoliche, per esempio) di per sé funziona, un investitore potrebbe guadagnare una quota maggiore dell’economia del futuro, ma essere comunque solo in grado di acquistare un valore minore di beni e servizi.

In quarto luogo, se gli investimenti sono finanziati da prestiti piuttosto che dal risparmio, i guadagni futuri provenienti da tali investimenti dovrebbero essere superiori ai costi di oggi più gli interessi – impossibile in un’economia che si è contratta in modo permanente.

Conclusione

In sintesi, se le proposte del keynesismo ambientale funzionano economicamente, esse sono dannose per l’ambiente. E se sono efficaci dal punto di vista ambientale, non sono economicamente sostenibili in un’economia capitalista che richiede una crescita incessante.

I sostenitori ambientalisti di queste idee tendono a credere alle loro stesse proposte siano sostenibili sia dal punto di vista ambientale che da quello economico. Ma questo errore spesso deriva dalla confusione fra i risparmi futuri che verrebbero dall’elusione di pericolosi cambiamenti climatici, e la crescita degli utili che potrebbe produrre un ritorno sugli investimenti attuali. I cambiamenti climatici sono un nuovo costo, e ridurre i loro effetti futuri non eliminerà un onere di costo esistente liberando risorse che potremo spendere in altri modi.

Tutto sommato, il keynesismo ambientale è una teoria fallimentare su come il capitalismo può salvarsi da se stesso. Non vi è alcun motivo di credere che esso possa stimolare la crescita e adattarsi ai limiti ambientali.

L’implicazione di ciò è che serve un approccio molto più radicale – qualcosa che va al di là di Keynes, i cui strumenti politici erano volti limitatamente a salvare l’economia capitalista dalle sue depressioni occasionali. Il Keynesismo non è la risposta, perché è del tutto volto all’espansione della domanda, mentre il nostro problema ambientale richiede oggi di ridurre la domanda.

Ma ciò che deve essere ricordato è che gli investimenti nella riduzione e nell’adattamento ai cambiamenti climatici sono necessari. Non ci renderanno più ricchi, ma se accettiamo questo, possiamo anche accettare il fatto che non diventeremo più ricchi in ogni caso, perché la crescita deve essere limitata al fine di evitare il disastro ambientale. Ciò che serve è un nuovo meccanismo per spostare una parte significativa delle risorse esistenti su tali progetti – un meccanismo non basato sulla ricerca di un ritorno economico.

Fondamentalmente ciò significa che il capitalismo è incompatibile con una rapida transizione verso un mondo a basse emissioni di carbonio. È quindi essenziale che lo Stato assuma un ruolo decisivo nella allocazione delle risorse economiche per il bene comune – e che un maggior numero di ambientalisti riconosca questo fatto.

 

Articolo ripreso dal sito Megachip