Investire su Fabbrica Italia

Oggi investire sull’Italia il tema che tiene banco all’Unione industriale di Torino, dove si svolge il convegno Make it in Italy, organizzato da Confindustria e focalizzato sul rapporto fra industria manifatturiera e crescita economica. L’ironia risiede nel fatto che proprio quest’ultimo aspetto sia quello cruciale per il futuro del Paese, diviso fra un elevatissimo debito pubblico e un piano di sviluppo che ancora non si vede. Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, non bisogna perdere tempo: «Il decreto sviluppo e le riforme sono solo delle scelte politiche, devono essere portate avanti, non siamo un Paese morto e non ci meritiamo questa situazione. Se si rimane bloccati, rischiamo molto, quindi il presidente del Consiglio deve decidere stasera cosa vuole fare». L’occasione torinese è però stata utile per tastare il polso delle relazioni tra Fiat e Confindustria. Non è un caso che infatti il presidente degli industriali abbia sottolineato che «il rapporto con Sergio Marchionne è ottimo, come sempre. Nn abbiamo mai litigato», proprio mentre abbracciava il top manager italocanadese.

La pace è fatta, almeno per ora? Non proprio, visto che durante il lungo discorso l’ad di Fiat sembra lasciare in secondo piano la querelle con Confindustria. Tutto si condensa in una battuta: «Vogliamo essere liberi dai paletti, per questo siamo usciti da Confindustria». Inizialmente il tema è Fiat, il protagonista e padrone di casa è il manager e, con un intervento fuori programma, monopolizza la platea, fra slide evocative e spot del Lingotto.

Un Marchionne-show, quello che è andato in scena a Torino. L’amministratore delegato di Fiat e di Chrysler ha voluto sottolineare come la Fiat abbia rappresentato un unicum durante la crisi: «A differenza di altri, noi abbiamo sostenuto i ritmi di mercato, macinando quote e utili fino a poco tempo fa. Siamo stati disponibili a costruire un progetto alternativo senza chiedere corrispettivi in cambio, unici al mondo», incalza Marchionne mentre ripercorre la storia recente del settore automotive. «La crisi ha fatto perdere al settore 15 anni di crescita. Una rivoluzione strutturale si è resa necessaria. Per quanto ci riguarda, posso dire che tutte le scelte fatte avevano un obiettivo, quello cioè di garantire la sopravvivenza di Fiat». Per fare questo, il manager italocanadese ha sottolineato che sono stati usati «tutti gli ammortizzatori sociali possibili e non abbiamo mai utilizzato i licenziamenti come minaccia. Del resto, non è licenziando che si porta avanti un’impresa». Rimangono ancora a tinte fosche, invece, le prospettive del programma Fabbrica Italia, lanciato nell’aprile 2010 dal Lingotto. «Fabbrica Italia non era altro che una dichiarazione d’intenti. Fiat adegua ogni sua produzione alle esigenze di mercato. È quindi impossibile quantificare gli investimenti stabilimento per stabilimento nei prossimi anni», ha detto Marchionne. Tuttavia, c’è una certezza: «Intendiamo mantenere invariata l’occupazione in Italia», ha detto il numero uno del Lingotto. «Noi non siamo il nemico», ha sbottato infine Marchionne.

“Le imprese italiane nel mondo: una sfida da vincere”. Questo il titolo della tavola rotonda moderata dal direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, con la presenza fra gli altri, oltre che di Marchionne, del numero uno di Pirelli Marco Tronchetti Provera, del vice presidente della Commissione Ue Antonio Tajani, del consigliere delegato di Intesa Sanpaolo Corrado Passera e dell’ex ambasciatore americano in Italia Ronald Spogli. E a proposito di crescita e futuro, è stato proprio Tronchetti Provera il primo che riutilizzato la formula Merkel-Sarkozy: «O riforme o cura greca e noi abbiamo la forza per fare le prime, non è difficile, basta volerlo». Concetti analoghi anche per Passera e per Tajani, che ha sottolineato che «occorre agire in fretta».

Ora è il momento di pensare alla crescita economica. Lo ha ricordato l’ambasciatore Spogli, rimarcando anche il fatto che l’Italia per troppo tempo è stata ferma. E allora ben vengano le esortazioni di Francia e Germania. Come ha ricordato Hugo Dixon su un editoriale di Reuters Breakingviews, «maggiore è la pressione che viene esercitata dall’estero sull’Italia e meglio è».

Testo ripreso da linkiesta.it