Investire sulle fonti energetiche per il ventunesimo secolo

Si parla di relazioni internazionali solo quando arrivano in TV immagini di bombardamenti, e così si pensa che l’11/9 sia stata una data fondamentale per la storia militare del XXI secolo. In realtà è solo un simbolo visibile di un processo vecchio di decenni, il terrorismo islamico, e soltanto uno dei tanti processi geopolitici che avvengono ogni giorno, anche e soprattutto senza che l’”opinione pubblica mondiale”, nota figura mitologica, se ne renda conto. Il titolo, dunque, è accattivante, ma non c’entra nulla. Gli USA rappresentavano il 50% del PIL mondiale nel 1945, ma oggi solo il 20%: in compenso, rappresentano il 50% della spesa militare.

Il peso degli USA nell’economia mondiale continuerà a diminuire, come quello europeo, perché l’Estremo Oriente cresce molto rapidamente, ha tassi di risparmio notevoli (mentre gli USA hanno un deficit strutturale di capitali), e politiche spesso meno paludate nella lotta di tutti contro tutti per vivere a spese degli altri che caratterizza le nostre democrazie. Il peso degli USA nel mondo è dunque destinato a diminuire. Esistono fondamentalmente due aree geografiche che per densità di popolazione, PIL e livello tecnologico sono fondamentali per la strategia: l’Europa e l’Estremo Oriente. Per motivi tecnologici è inoltre anche importante il Medio Oriente, da cui proviene gran parte del petrolio e del gas mondiali.

L’Europa non ha capacità militari, né la mentalità necessaria a pensare strategicamente: addormentata sotto l’ombrello protettivo degli USA da oltre mezzo secolo, ormai considera la politica estera solo un modo per vantarsi della propria coscienza pulita, che notoriamente rimane tale soprattutto quando non viene mai usata.

Senza gli USA però le cose dovrebbero cambiare: le dinamiche interne all’Europa potrebbero farsi più conflittuali (si pensi all’Inghilterra come garante dell’equilibrio di potere continentale nel XIX secolo), e la Russia potrebbe, sia per le forniture di carburante che per un potere militare ora un po’ annebbiato, diventare di nuovo un pericolo strategico. Sviluppare uno spirito di collaborazione europea, anche militare, e la capacità di ragionare in termini strategici sarà dunque necessario.

Se ciò non avverrà, la Russia potrebbe mangiare l’Europa Orientale in un boccone, e minacciare quella Occidentale, esattamente come durante la Guerra Fredda. In Estremo Oriente la Cina è l’unica potenza regionale che potrebbe diventare quasi una superpotenza. Sicuramente potrebbe diventare egemone, salvo un’alleanza di contenimento tra Giappone, Corea, Taiwan, Vietnam, Filippine, Tailandia etc., e forse anche India, Russia e Australia. Una tale alleanza è problematica sul piano dei costi di transazione, e finora l’equilibrio strategico e dunque la pace in Estremo Oriente sono stati garantiti dall’ombrello americano (sistema “hub and spoke”). Finito quello, ci sarebbero giochi strategici per stabilire chi comanda, ed eventualmente anche conflitti regionali. Sono forse una decina i Paesi dell’area in grado di sviluppare armi nucleari, e quattro (Cina, India, Corea del Nord, Russia) già le hanno.

La prossima guerra mondiale dunque scoppierà probabilmente in Estremo Oriente, ma le sue ripercussioni saranno globali. Il Medio Oriente è un casino. La Cina si protende verso la regione attraverso il Tibet e lo Xingjang, e la Russia confina con la regione, come l’India. In qualche modo, l’Europa e gli USA devono essere in grado di mantenere l’area aperta al commercio internazionale, sia per minimizzare le frizioni (altre potenze dovrebbero conquistare i territori per avere il petrolio, in assenza di libero commercio), sia per ottenere le risorse necessarie alle loro economie.

Non prevedo cambiamenti tecnologici a breve che potrebbero rivoluzionare la cosa: eolico, fotovoltaico, etc., sono solo giocattoli. Dunque il petrolio rimarrà al centro della geopolitica ancora per molti decenni. Se gli USA non potranno fare più “tutto da soli”, dovranno imparare a fungere da garante esterno, riducendo la loro presenza globale, minimizzando i conflitti aperti ed intervenendo solo in caso estremo. La stabilità delle tre aree succitate è fondamentale per la sicurezza e la prosperità mondiali, non certo solo per gli USA o l’Europa. Colin Gray, in un libro, ha anticipato che il XXI secolo sarà “un altro secolo di sangue” (“Another bloody century”). Non è affatto improbabile.

Articolo ripreso da linkiesta.it