L’aumento dello spread non aiuta la politica e l’economia italiana

La Borsa italiana aveva aperto ieri mattina al rialzo e lo spread tra i Btp decennali e i Bund tedeschi era sceso sotto quota 290 punti. Due segnali chiari che il mondo degli affari e della speculazione puntavano su una vittoria del PD e di Bersani, che veniva data come scontata, e di conseguenza sulla nascita di un governo con il segretario del partito e con Mario Monti insieme per continuare l’opera di macelleria sociale avviata negli ultimi 15 mesi. Il primo a tener buoni i sindacati, il secondo a tener buoni gli speculatori.

E i primi exit poll e instant poll hanno confermato le speranze della speculazione che parlavano di un 36% al PD, un 30% al PdL-Lega, un 18% a Grillo e un 9% a Monti. Tutti risultati “virtuali” che hanno fatto tirare un sospiro di sollievo alla finanza anglofona e ai suoi terminali italioti tanto che il listino di Piazza Affari nel pomeriggio è salito del 4% e lo spread è sceso sotto i 250 punti. Poi dopo le prime proiezioni che invece davano in vantaggio il centrodestra dell’odiato Cavaliere, lo spread è schizzato a 270 e poi a 295 punti.

A dimostrazione che Berlusconi negli ambienti dell’Alta Finanza viene recepito come una variabile incontrollabile con la quale per troppo tempo si è stati costretti a convivere. Un Cavaliere che, al di là dello sputtanamento di immagine inferto all’Italia per le sue pruderie sessuali e gli scandali collegati,al di là delle innumerevoli vicende giudiziarie che lo hanno visto protagonista, al di là dello stile cialtrone tenuto in occasione dei vertici internazionali (le corna fatte nelle foto di gruppo) ha dimostrato ancora una volta di essere il punto di riferimento insostituibile di quello che viene indicato come elettorato moderato.

Con buona pace dei vari Monti, Casini e Fini che avevano puntato sulla emarginazione di Berlusconi basandosi sulla fine del suo “ruolo propulsivo”, tanto per usare un termine coniato da Enrico Berlinguer.

Nei giorni scorsi, la stampa internazionale, dal Wall Street Journal al Financial Times, passando per i quotidiani tedeschi e francesi, era andata all’attacco sottolineando il pericolo di una lunga instabilità per l’Italia e per i suoi conti pubblici, e di conseguenza per la stabilità dell’euro, derivante dal successo di due partiti come il PdL di Berlusconi e il Movimento 5 Stelle di Grillo sbrigativamente indicati come “populisti”.

Il peggior insulto che si possa partorire nei Palazzi dove si trova il potere reale del mondo, quello finanziario ed economico, capace di creare i governi e di farli cadere, come appunto successe a quello di Berlusconi nel novembre, travolto dall’aumento esponenziale dello spread salito a 570 punti. Un potere che non apprezza affatto che i cittadini possano votare con lo stomaco, con uno sguardo rivolto al portafoglio e tenendo conto delle difficoltà per tirare avanti.

Un atteggiamento elitario che contraddistingue una lista come Scelta Civica ma anche, e questo è il grave, pure il PD che a furia di rincorrere i fautori integralisti del Libero Mercato ne ha assimilato anche il furore ideologico. Non si può e non si deve infatti scordare che Bersani, da ministro dello Sviluppo nel governo Prodi (2006-2008), si rese famoso per le liberalizzazioni, le famose o famigerate “lenzuolate”. In particolare quelle che permisero ai supermercati, tipo quelli delle Coop “rosse” (guarda, guarda!) di aprire punti di rivendita di medicinali, accanto a quelli degli alimentari.

Una deriva liberista, quella del PD che, in ogni caso, è perfettamente in linea con quello delle socialdemocrazie europee che, da anni, hanno rinunciato ad essere una sinistra di classe, desiderosa di cambiare i rapporti economici e sociali, accontentandosi invece di essere una sinistra dei diritti civili. Una sinistra che si accontenta del piccolo cabotaggio e di questioni francamente irrilevanti come il matrimonio dei gay.

Un centrosinistra, quello rappresentato dal PD che, nelle scelte di fondo, si è evidenziato come intercambiabile con quel PdL tanto criticato a parole ma con il quale si sono trovati impensabili occasioni di convergenza nell’appoggio al governo catto-tecnocratico-bancario di Mario Monti. Come dimostra il voto favorevole congiunto sulla riforma delle pensioni, con l’aumento dell’età pensionabile, e quello sulla riforma del mercato del lavoro che ha visto l’arrivo della possibilità per le imprese di licenziare a proprio piacimento.

Se quindi non ci sono differenze sostanziali tra centrodestra e centrosinistra perché stupirsi del risultato delle elezioni politiche di ieri? Perché stupirsi di un risultato deludente come quello incassato dal PD unito alla SeL di Vendola? Al PD non è servito nemmeno, anzi è nuociuto, cavalcare la necessità di seguire le direttive della Commissione europea, della Banca centrale di Draghi e della Germania di Angela Merkel.

La povertà crescente dei cittadini, il massacro economico al quale è sottoposto il ceto medio, con l’introduzione dell’Imu, non potevano che nuocere alle speranze di un partito come il PD che, nella più deteriore tradizione italiana, ha fatto proprio uno stile parolaio vecchio e datato e rispolverando il frasario della Prima Repubblica. Come quello basato sull’antifascismo militante.  Un approccio che oggi non trova più ascoltatori e che, in particolare, agli occhi e alle orecchie dell’elettorato giovanile che ha votato in massa per Grillo, risulta essere incomprensibile e fuori dal tempo.
Fonte: rinascita.eu