L’Italia deve rimanere nell’Euro

Nel 1997 scrissi un articolo per Liberazione (che allora somigliava ad un vero giornale) per dire che la futura moneta unica europea era un errore che ci avrebbe messo di fronte ad una alternativa: o dare pieni poteri alla Bce, liquidando ogni regola democratica, o fare una moneta debolissima che, prima o poi, sarebbe affondata.

In effetti, l’idea di una moneta sganciata dallo Stato è una assurdità che non si capisce come possa aver convinto politici, banchieri, economisti di tutto il continente: non si può sganciare la moneta dal fisco e dalla spesa, tanto per cominciare. Ma, qualcuno osserverà, che c’erano parametri ben precisi da osservare per il disavanzo, il debito ecc. Parametri che ben presto sono diventati puramente ornamentali e che, per un verso o per l’altro, sono stati evasi da tutti.

Come era inevitabile che fosse, dato che ciascuno stato nazionale manteneva intatta la propria sovranità.

Forse ce ne siamo dimenticati, ma la moneta è uno dei quattro attributi fondamentali della sovranità (insieme alla politica estera, alla difesa ed alla giustizia), per cui non si capisce come possa funzionare questo strano marchingegno che separa la moneta dalle altre funzioni statali. E, infatti, non funziona: ci pensino bene quei paesi (come quelli andini o quelli del Golfo persico che stanno progettando operazioni consimili). E, tanto per chiarire che nessuno ci credeva fino in fondo, le banche nazionali si sono ben guardate dal trasferire la riserva aurea alla Bce e se la sono tenuta ben stretta.

Ma soprattutto, non ha senso mettere insieme economie, che più diverse fra loro non potrebbero essere (la Francia e la Grecia, la Germania ed il Portogallo, tanto per fare qualche esempio), e dargli una moneta unica senza un potere centrale che redistribuisca le ricchezze in modo da riequilibrare l’insieme della compagine. Delle due l’una: o gli stati restano divisi ciascuno con la propria moneta, che deve essere manovrabile secondo le proprie esigenze nella diversa contingenza economica di ognuno, o si centralizza stato e moneta e gli squilibri vanno compensati redistribuendo le risorse all’interno.

Di tutte si è scelta la via più sbagliata: stati separati e moneta unica che diventa una camicia di forza.

Oggi la Grecia è soffocata da una moneta troppo forte che impedisce ogni manovra sul debito, per non dire del danno che viene al turismo, una delle risorse principali del paese. Ragionamento simile si può fare per il Portogallo e, almeno in parte per la Spagna. Dell’Italia parleremo in altra occasione.

Dunque una operazione sconclusionata, che, però, venne pensata in prospettiva di una rapida unificazione europea, tanto è vero che, nei due anni dopo, si mise mano al progetto di “costituzione europea” (o meglio di “trattato istitutivo” della Ue). Ne sortì un pasticcio impossibile con più di 600 articoli ed un numero infinito di paragrafi che si smentivano a vicenda, fissando un criterio cui seguiva subito l’eccezione che, però, prevedeva le sue sotto-eccezioni e così via.

Quel mostro di “costituzione” -nella sua architettura insieme barocca e incoerente- rifletteva alla perfezione il caos concettuale che stava dietro ad un progetto politico che metteva insieme monarchie, repubbliche presidenziali, repubbliche parlamentari, stati federali, unitari, regionali, sistemi bipartitici e sistemi a pluralismo polarizzato, paesi di common law e paesi di tradizione codicistica, il tutto con una ventina di lingue diverse e le più disparate storie nazionali. I giuristi ci misero del proprio con un fuoco artificiale di fesserie del tipo “diritto non statale”, “Unione non statale” e persino “Costituzione senza Stato” (bello! Cosa è: lo statuto della bocciofila?). L’unione era più di una alleanza ma non era una federazione, era più di una unione doganale ma meno di una confederazione, era una unione monetaria di cui alcuni facevano parte e altri no, ma i singoli componenti non perdevano la propria sovranità e l’Unione diventava un soggetto “quasi sovrano”: una “dialettica dei distinti” senza sintesi possibile.

Un esperimento di laboratorio totalmente artificiale che aveva prodotto una maionese impazzita ed irrecuperabile. La cosa non convinse i popoli d’Europa e, infatti, vennero a raffica le bocciature referendarie in Francia, Danimarca, ecc.

Ci si provò a rielaborare il testo (ottenendo pasticci ancora più indigeribili) ma dopo altre bocciature referendarie, si ripiegò su un finto trattato istitutivo che lasciava le cose come stavano, salvo qualche innovazione di colore, come l’istituzione del “ministro degli Esteri” dell’Unione, quel “mister Pesc” che nessuno sa chi sia e cosa faccia e che è un perfetto esempio di ente inutile.

E’ rimasta questa moneta sospesa nel vuoto e, sin quando non si sono levati i venti minacciosi della crisi, la cosa è andata avanti senza troppi intoppi. Poi, alla prima tempesta seria, la costruzione ha rivelato tutta la sua debolezza congenita ed oggi siamo lì che non sappiamo che fare.

Compare una nuova categoria di pentiti: gli euro-pentiti che iniziano a rimpiangere le monete nazionali e, da più di una parte, si inizia a prospettare la fine dell’Euro. Chi propone di fare due monete (l’Euro di serie A per i paesi di lusso e quello di serie B per quelli sfigati), che propone proprio il ritorno alle monete nazionali, chi di adottare una diversa unità monetaria ma pur sempre comune. Per dirla con Mao Zedong: grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è uno schifo!

Allora, ragioniamoci un po’ su: da un determinato ordinamento monetario non si può entrare ed uscire come se fosse l’ “hotel del libero scambio”, magari uno alla volta e ciascuno per proprio conto.

In primo luogo, ci sono problemi politici (stabilire le nuove parità fra le monete, i tempi ed i modi della transizione ecc.) che non si risolvono con una serata fra amici in pizzeria. Poi vengono i problemi tecnici (preparare l’emissione della nuova moneta e la sua distribuzione, riconvertire la contabilità degli enti statali, banche ed aziende, ritirare la moneta precedente ecc.) che, peraltro hanno anche costi non proprio leggerissimi. E i problemi sia politici che tecnici non appaiono affatto facili da risolvere anche perchè non ci sono precedenti.

Tutto questo esige parecchi mesi e forse un paio di anni, tempo durante il quale saremmo esposti alla speculazione finanziaria. Per di più, i tecnocrati di Bruxelles e la variopinta compagnia di giro dei capi di stato, ministri, esperti e giullari al seguito, hanno dimostrato di non essere affatto tempestivi in qualsiasi cosa: il fondo comune europeo (che pure non ha quelle capacità taumaturgiche che gli si attribuiscono) poteva avere un effetto consistente se fatto a maggio 2010, al tempo della prima crisi greca, già nella primavera del 2011 è diventato cosa ben più debole. Fatto fra sei mesi, corre il rischio di diventare una birra calda e svaporata: quanto di più inutile e disgustoso si possa immaginare.

Ma ci sarebbero anche altre grane: i sottoscrittori dei bond statali europei hanno contratto un credito in euro, magari per titoli decennali o ventennali e, ovviamente potrebbero non essere affatto persuasi dell’idea di vedere il loro credito ritradotto in lire, dracme, escudos, pesetas ecc. che danno una affidabilità ben inferiore sia in termini di rischio di default sia in termini di stabilità della moneta. E la cosa potrebbe scatenare un putiferio monetario e giudiziario senza alcun precedente storico.

Ci sarebbero ripercussioni su tutte le economie (da quella americana a quelle asiatiche) e non si tratterebbe di cose positive. Inoltre, la cosa, tutto sommato, converrebbe meno ai “forti” che ai “deboli”: la Grecia o il Portogallo potrebbero tornare a monete con un cambio tale con il marco da sgretolare il loro debito, ma la Germania si troverebbe con una moneta forte, fortissima, al punto che non si capisce a chi potrebbe esportare alcunchè e, peraltro, con un debito (ricordiamolo: pari al 73 % del Pil) proporzionalmente rivalutato.

Insomma, la fine dell’euro provocherebbe conseguenze tali che non credo se ne possa parlare seriamente.

Però abbiamo bisogno di recuperare flessibilità. Una via potrebbe essere quella di una graduale trasformazione dell’Euro come moneta unica a fronte delle altre, ma articolata all’interno in viarie monete a tasso di cambio flessibile. Una sorta di unità di conto con un sistema interno di monete nazionali a parità variabile, magari con un periodo di doppia circolazione. Una idea molto vaga sulla quale però si può iniziare a riflettere. Ma solo dopo aver salvato la moneta esistente dalla tempesta in corso.

Articolo di Aldo Giannulli ripreso da aldogiannulli.it