La crisi dell’Europa nasce da giudizi errati sull’Euro

Il contagio europeo ora è totale. Dopo Grecia, Irlanda, Portogallo e Italia, anche Spagna e Francia stanno sperimentando la durezza della crisi dell’eurodebito. E l’Europa si divide. Da una parte la Germania, che non ha intenzione di cedere sulla modifica capace di trasformare la Banca centrale europea in un prestatore di ultima istanza.

Dall’altra i Paesi periferici che vogliono avere pieno accesso ai fondi della Bce per continuare a restare a galla. I politici europei continuano a non trovare una soluzione comune su un processo di integrazione che sembra sempre più inevitabile, a patto che non si voglia dimenticare per sempre l’Europa e l’eurozona. Un ruolo chiave lo potranno giocare le prossime tornate elettorali in Francia nel 2012 e Germania nel 2013, vere prove di resistenza dell’Ue.

Nel frattempo, si continuerà a trovare soluzioni di comodo, con una Bce incapace di agire in maniera incisiva come la Federal Reserve statunitense e con lo spettro di una serie di ristrutturazioni del debito, a cominciare dalla Grecia, destinata a incrementare nei prossimi mesi. L’Italia del governo di Mario Monti ha iniziato il suo percorso che dovrebbe risanare il Paese.

Liberalizzazioni, riforma delle pensioni, dismissione degli asset statali, consolidamento fiscale per una riduzione del debito pubblico, spending review nel settore pubblico: le prime mosse di Monti sembrano andare nella direzione giusta. Il problema, semmai, è il contesto in cui si stanno muovendo. Rimangono infatti elevati i dubbi in merito a un effettivo raggiungimento degli obiettivi. La strada non è facile. In primis Monti deve fronteggiare una recessione a livello europeo che sembra ormai scontata, se si confrontano i dati che arrivano dal Fondo monetario internazionale e Commissione europea.

Lo ha confermato anche l’agenzia di rating Fitch, che ha spiegato che «probabilmente l’Italia è già in recessione». Non solo. Un declassamento del debito sovrano, dopo quelli fra settembre e ottobre, è vicino. Se l’Italia perdesse l’accesso ai mercati, sarebbe inevitabile l’abbassamento sotto la soglia Investment grade, ha spiegato ieri Fitch. Difficile pensare il contrario, dato che un simile scenario si è già verificato per Atene, Dublino e Lisbona.

Il prossimo anno, secondo le stime del Tesoro, l’Italia dovrà scendere sui mercati per un ammontare di 440 miliardi di euro. Farlo con questi tassi d’interesse, sempre vicini al 7%, è insostenibile per un Paese che ha quasi 2.000 miliardi di euro di debito pubblico. La gestione dell’indebitamento è uno dei motivi per cui l’Europa si sta sfaldando.

E su questo punto, in cui la Grecia è forse il peggiore esempio di gestione del debito pubblico, si sta discutendo delle possibili vie d’uscita. Carl Heinz Daube, il direttore dell’agenzia tedesca del debito pubblico, ha spiegato che la Bce «dovrebbe avere il potere di espellere dei membri dall’eurozona, se questi lo vogliono». Torna così in auge la possibilità di una fuoriuscita dalla zona euro di uno degli Stati membri.

Un’ipotesi che continua a circolare con sempre più insistenza, ripresa anche dal ministro tedesco dell’Economia, Philipp Rösler, che ha ricordato ieri come una soluzione per l’Europa potrebbe essere «un meccanismo di insolvenza ordinata».

L’esperienza della Grecia è ancora in evoluzione e per Rösler, anche in caso ristrutturazione del debito, è difficile che possa uscire dalla crisi in cui è piombata. Per questa ragione il cancelliere tedesco Angela Merkel ha ribadito che «il prossimo summit di dicembre sarà focalizzato sul cambiamento dei trattati». La speranza della Merkel è quella di riuscire a portare un nuovo assetto, comprendente l’espulsione degli Stati membri meno virtuosi o quelli che voglio uscire volontariamente, entro la fine del 2012. Fino ad allora bisognerà trovare delle soluzioni di comodo.

Una di queste, come riportato da Linkiesta la scorsa settimana, è quella dei prestiti bilaterali del Fmi agli Stati membri. Questo sarebbe possibile attraverso l’apertura di linee di credito da parte della Bce, dirette al Fondo monetario internazionale, che poi le girerebbe a chi necessita di un sostegno finanziario. Tale procedimento non violerebbe nessun regolamento interno dell’istituzione di Francoforte, che sarebbe quindi esonerata dal modificare nell’immediato il proprio mandato, focalizzato solo sulla stabilità dei prezzi.

Proprio ieri il Fondo monetario internazionale ha inoltre specificato che non c’è stata nessuna richiesta di finanziamento da parte dell’Italia. Gli ispettori di Washington per monitorare lo stato dei conti pubblici torneranno, dopo i primi incontri, entro la fine del mese. Ma come ha spiegato un alto funzionario del Fmi a Linkiesta, «È possibile che vengano aperte linee di credito per circa 300 miliardi di dollari, nel caso ci sia bisogno».

Quello che è certo è che l’Europa in questo modo non può andare avanti. La dimostrazione è il dissenso continuo che vige fra il cuore e la periferia dell’Unione economica e monetaria (Uem). Sul versante degli oltranzisti ci sono tre Paesi: Germania, Olanda e Finlandia. Anche oggi il ministro dell’Economia, Philipp Rösler, ha ribadito qual è la posizione di Berlino.

Da un lato non vuole che si continui con gli acquisti di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea tramite il Securities markets programme (Smp). Dall’altro, non vuole che si possa generare un ancoraggio forzoso dei debiti dei singoli Paesi a quello della Germania. In altre parole, continua il rifiuto agli eurobond tanto voluti dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti e dal presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker.

Troppo è il timore che si possa creare una spirale negativa capace di contagiare ancora di più un’Europa completamente malata di debito. Una soluzione potrebbe essere quella di dare più potenza di fuoco alla Bce, ma questo alimenterebbe l’inflazione, lo spauracchio di Berlino. La reticenza tedesca deriva soprattutto dai precedenti storici.

Nei libri di storia la Repubblica di Weimar è ricordata con paura. Durante quel periodo, fra il 1919 e il 1933, la Germania sganciò il marco dalla convertibilità aurea, lasciando correre l’inflazione, che raggiunse livelli inauditi. Il taglio più grande mai toccato dal marco durante Weimar è stato quello da 100 bilioni (100.000.000.000.000). Facile capire cosa significa per un economista tedesco studiare la dinamica dei prezzi.

Nei prossimi dodici mesi si deciderà il futuro dell’eurozona. Mai come in queste settimane la voglia di cambiare ha pervaso gli animi dei funzionari europei di Commissione e Parlamento. «Siamo sull’orlo del collasso, dato che non abbiamo più tempo», confessa uno di loro a Linkiesta. Ha ragione. Anche prendendo in considerazione in modo concreto una riforma dei trattati che possa contemplare l’uscita dalla zona euro di uno Stato membro, il tempo non è abbastanza. Verosimilmente le parole della Merkel, in riferimento a un risoluzione entro la fine del prossimo anno, si possono avverare.

Tuttavia, la tornata elettorale in Francia (22 aprile il primo turno, 6 maggio il secondo) può far deragliare il progetto di una riforma. Il presidente francese Nicolas Sarkozy e i suoi ministri stanno facendo di tutto per mantenere inalterato il rating AAA del Paese. Speranza vana, dato il consensus internazionale. Con la perdita della tripla A, Parigi si potrebbe ritrovare a sua volta nel pieno centro della crisi europea dei debiti sovrani. Del resto, il differenziale di rendimento fra i titoli di Stato transalpini e tedeschi, prossimo ai 200 punti base, riflette tutta la mancanza di fiducia che gli investitori hanno nei confronti del debito pubblico francese. Con le elezioni alle porte e con lo spettro di un downgrade che aleggia, la Francia dovrà esplicitamente schierarsi con o contro l’eurozona, rallentando il processo di integrazione europea.

Nel caso di declassamento del rating sovrano, è possibile che Berlino diventi un nemico per Parigi. Il deragliamento dell’eurozona, in quel caso, sarebbe sempre più vicino. Con o senza l’aumento dei poteri della Bce.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it