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  • admin 12:48 il 8 February 2014 Permalink
    Etichette: investire risorse idriche   

    Investire nella creazione di risorse idriche alternative 

    Sfruttano l’energia del sole per rendere potabile l’acqua. Così i sei giovani fondatori di Solwa sono riusciti ad attirare l’attenzione delle Nazioni Unite che, nel 2010, hanno inserito il loro desalinizzatore all’interno del programma Ideass, riconoscendo a questa tecnologia il valore di idea per lo sviluppo dell’umanità e garantendo così a questa start-up un canale pubblicitario privilegiato.

    Tutto è nato dalla tesi di laurea di Paolo Franceschetti, 31enne che ha studiato Scienze e tecnologie per l’ambiente all’università di Padova, dedicata al tema della potabilità delle risorse idriche. «L’idea è nata guardando bollire l’acqua per la pasta», racconta il fratello Davide (35), laureato in Scienze politiche e coinvolto nell’azienda come responsabile della comunicazione, «se la si lascia evaporare completamente sul fondo della pentola rimane il sale».

    Ed è proprio questo che fa il modulo Solwa. Visto dall’esterno si tratta di una grossa scatola nera, colore scelto per assorbire meglio il calore dei raggi solari: all’interno c’è una vasca, nella quale viene inserita l’acqua. Una volta evaporata, viene sospinta in un’altra cavità da una ventola, alimentata da un pannello fotovoltaico. In questo secondo spazio il vapore torna allo stato liquido, libero da tutti gli inquinanti. «Alla fine del processo otteniamo acqua distillata», sottolinea Franceschetti.

    Con questo progetto Paolo Franceschetti si è presentato nel 2008 a Veneto Innovazione, iniziativa promossa dalla regione. Una partecipazione importante perché ha permesso di costituire il primo nucleo di quella che sarebbe diventata Solwa. Alla ricerca di un ingegnere da coinvolgere nella progettazione, ha pubblicato una serie di annunci su giornali e riviste. Ed è così che ha conosciuto Matteo Pasquini (31), laureato a Pisa in Ingegneria aeronautica. Durante la cena inaugurale della manifestazione, i due hanno incontrato Alice Tuccillo (28), padovana e dottoressa in Economia e diritto, subito coinvolta nella stesura del business plan.

    Il lavoro di questi giovani ha ottenuto diversi riconoscimenti: nel 2011 sono arrivati il Premio nazionale dell’innovazione, che ha garantito un contributo di 30mila euro, e la vittoria nella prima tappa di StartCup Veneto, con un assegno da mille euro. Nel 2012, invece, il premio Gaetano Marzotto, che ha permesso di ricevere un finanziamento di 200mila euro.

    Un risultato importante per un’azienda fondata solo a gennaio dello scorso anno a Padova. Ai quattro soci storici si sono aggiunti due amici di Paolo Franceschetti, Marco Sportillo (34) ed Enzo Muoio (31), che si occupano dei rapporti con le istituzioni e le aziende. Il nome Solwa è la contrazione di Solar Water, acqua solare, a ricordare che «il nostro è l’unico potabilizzatore che utilizza solo l’energia del sole».

    Una soluzione che rende l’impiego di questo strumento praticamente a costo zero, visto anche che le spese di manutenzione sono molto contenute. La nascita di questa start-up si lega anche alla vittoria di VegaInCube, un concorso lanciato dal parco scientifico-tecnologico di Venezia Vega e rivolto alle imprese innovative nel settore green, che ha permesso all’azienda di essere incubata a Mestre, dove al prezzo agevolato di 354 euro mensili i sei startupper hanno a disposizione un tutor che li segue, tenendoli informati su bandi ai quali partecipare e li aiuta nella ricerca di possibili partner industriali.

    Anche se i fondatori di Solwa in ufficio ci rimangono davvero poco. Almeno in quello della loro azienda, visto che «tutti e sei abbiamo un altro lavoro: Paolo sta facendo un dottorato di ricerca, Alice è impiegata da un commercialista, Matteo in una società del gruppo Eni, Marco ed Enzo in un’associazione, io lavoro per una organizzazione non governativa», spiega Franceschetti, Con i propri stipendi hanno messo insieme i 10mila euro di capitale sociali versati per costituire una srl e hanno messo insieme la somma, pari sempre a 10mila euro, necessaria per la progettazione e il test del prodotto in Perù. Una meta scelta perché «nel 1860 vennero inventati dei moduli simili al nostro per purificare l’acqua nelle miniere di rame delle Ande. La cosa non ebbe però un riscontro economico e il progetto venne abbandonato».

    L’auspicio di questi sei startupper è che, per loro, le cose vadano diversamente. «Il punto di pareggio è ancora lontano. Tolti eventuali premi, contiamo di raggiungerlo nel giro di un paio d’anni». Anche se i primi moduli sono stati venduti: 8 in Palestina, uno in Brukina-Faso. Nel frattempo si lavora per strutturare l’azienda, con l’assunzione di una persona part-time per gestire gli aspetti amministrativi e di una a tempo pieno per lo sviluppo tecnico del modulo, che viene comunque costruito all’esterno, da alcune aziende meccaniche venete. E si lavora per far conoscere Solwa, partecipando a fiere come la Smau di Milano o Ecomondo di Rimini. Oltre a cercare nuovi finanziatori interessati ad utilizzare il sole per purificare l’acqua.

     

    Articolo di Riccardo Saporiti su LaRepubblicadegliStagisti.it

     

     
  • admin 11:50 il 4 February 2014 Permalink
    Etichette: investire in argentina   

    Investire in Argentina e’ sempre un grande rischio 

    Riprendiamo di seguito la traduzione integrale a cura di “Voci dall’estero” di un articolo di Jeremy Warner apparso sul The Telegraph in data 31 gennaio.

    L’autore sottolinea l’asimmetria informativa sulle situazioni di problematicità economica a livello globale. L’attenzione che si riserva ai BRICS e ai Paesi in via di sviluppo è infatti eccessiva se paragonata al vero problema che affligge attualmente l’economia mondiale: l’eurozona.

    L’analisi lucida di Warner sbriciola la vulgata tradizionale, sia per ciò che riguarda la crisi Argentina – che come sappiamo NON è colpa del Peso – sia per quella della moneta unica europea, la cui esistenza non può essere giustificata fittiziamente come l’unico mezzo per indurre gli Stati Membri al riformismo d’emergenza.

    Il controfattuale proposto è quello più sensato, soprattutto per l’Italia, e analizza le politiche economiche della Corea del Sud (già analizzato in maniera diffusa grazie ad Alberto Bagnai): dopo la crisi asiatica degli anni ’90, il piccolo stato schiacciato tra i giganti cinese e nipponico, ha iniziato un percorso di grandi riforme senza minimamente pensare a un peg con lo yuan o con lo yen, che lo hanno portato a una ripresa economica con pochi pari nell’Sud-Est asiatico.

    L’austerità euroindotta sta distruggendo le economie di molti membri dell’eurozona, e così facendo sta minando la salute dell’economia mondiale. Il tapering della FED in arrivo porterà con tutta probabilità un ulteriore peggioramento delle prospettive di crescita nel meridione del vecchio continente, basate esclusivamente sull’ideologia mercantilista tedesca.

    Rimane un interrogativo inevaso: quando avremo distrutto la domanda interna di 500 milioni di europei e nessuno comprerà  dall’estero bond o prodotti europei, dove esporteremo? E che tassi pagheremo sui titoli del debito pubblico?

    I paesi emergenti fanno notizia perchè tirano su i tassi d’interesse cercando di difendere le loro valute, ma è ancora l’eurozona che se la passa decisamente  male.
    Per l’economia globale c’è sempre qualche disgraziato guastafeste. Proprio quando i paesi sviluppati stavano iniziando a mettersi alle spalle la crisi finanziaria, ecco che spunta un’altra grana nei mercati emergenti, la cui causa immediata è, per ironia della sorte, il tentativo della Federal Reserve statunitense di ristabilire condizioni di politica monetaria più “normali”. Il mondo non riesce a sbarazzarsi tanto facilmente della sua dipendenza dalla continua emissione di moneta.
    Nel momento in cui la FED fa retromarcia sull’espansione monetaria che serviva ad aiutare la sua economia, svariati paesi, come Sud Africa, Argentina e India, sono costretti ad alzare i tassi d’interesse per difendere le proprie valute da fughe di capitali. Per i paesi che hanno avuto una crescita gonfiata dalla sovrabbondanza di denaro a basso costo degli ultimi anni, si profila all’orizzonte una catastrofe economica, o quantomeno un forte rallentamento.
    Ciononostante c’è un’area che a quanto pare trae dei perversi benefici dall’ultima piega presa dagli eventi – l’eurozona. Ai sommi sacerdoti della moneta unica le nuove tribolazioni dell’Argentina e della Turchia sembrano giustificare tutto ciò che loro hanno cercato di fare. I paesi che non s’impegnano in adeguate riforme dal lato dell’offerta e invece tentano continuamente di svalutare e inflazionare per tirarsi fuori dai guai, non fanno che condannarsi a ripetuti fallimenti economici. Fate il confronto con l’eurozona, dicono, dove una moneta unica costringe i paesi membri ad affrontare le vere cause che stanno alla base dei loro problemi. La facile scelta della svalutazione è impedita.
    Ci può essere un fondo di verità in questa linea di pensiero. Gli apologeti dell’euro vedono la crisi come un modo per costringere una riluttante classe politica a fare le riforme. Paesi che si legano assieme con la camicia di forza di un’unione monetaria, cedono la propria sovranità economica all’economia dominante, come ha spiegato questa settimana Mark Carney, Governatore della Banca d’Inghilterra, entrando nel dibattito sull’indipendenza della Scozia. La Scozia non può avere sia la sterlina inglese che la sovranità economica; è una contraddizione in termini.Comunque, l’idea che per portare avanti dolorose ma necessarie riforme economiche i paesi debbano per forza cedere la loro sovranità e inchiodarsi al palo di un regime valutario inflessibile, è un argomento alquanto diverso – nonché una palese sciocchezza.
    I problemi dell’Argentina non hanno niente a che fare con gli alti e soprattutto i bassi del peso. Sono invece il risultato di decenni di cattivi governi e corruzione, portati a nuovi estremi dall’incompetenza e dal cinico populismo dell’attuale presidente, Cristina Kirchner.Forse la Corea del Sud ha avuto bisogno di entrare in un’unione monetaria per realizzare la sua formidabile ripresa economica subito dopo la crisi asiatica della fine degli anni ’90? No, ha fatto le riforme, e aiutata dal vento favorevole di un tasso di cambio più competitivo, è tuttora in forte espansione, in un modo che i tormentati paesi dell’eurozona, da cinque lunghi anni dentro il peggior collasso economico dell’età moderna, possono solo sognare.
    L’Europa non propone niente che vada nella direzione di trovare una soluzione, solo una tetra e distruttiva austerità, che sta infliggendo danni presumibilmente permanenti a nazioni un tempo fiere e orgogliose. Solo una crescente emigrazione dei lavoratori riesce a evitare la forma più grave di ciò che gli economisti chiamano isteresi – la perdita di competenze, e perciò di potenziale economico, che si associa a prolungati periodi di elevata disoccupazione.

    Di fronte all’autolesionismo dell’Eurozona, la Turchia e l’Argentina sono come delle lucciole in mezzo ai lampi di un temporale. Su una scala globale, esse non contano, e di per sé difficilmente potranno influenzare il più ampio quadro di quel che sta succedendo nel mondo. La minaccia più grande è ancora l’Europa, la quale, come ha fatto notare il Tesoro degli Stati Uniti, sta esercitando una pressione deflazionistica permanente sull’economia globale.

    Le riforme strutturali che l’Europa appassionatamente immagina che  la sua disciplina riucirà ad imporre, sono solo superficiali. In ogni caso avranno un impatto limitato in economie in cui la domanda interna è stata prosciugata. Da quando si è assoggettata ai diktat della troika, l’Irlanda è caduta ancora più in basso nella classifica internazionale della “facilità di fare impresa”, mentre l’Italia non riesce nemmeno a liberalizzare il servizio dei taxi senza che il paese si blocchi in un’ondata di proteste.
    Una cosa in cui la crisi ha avuto successo, tuttavia, è stato di tagliare drammaticamente i salari nei paesi in difficoltà. Se abbattere gli standard di vita delle persone si conta come successo di politica economica, allora l’Europa sta stabilendo dei nuovi standard, e non importa che la riduzione dei salari nominali possa solo aumentare il peso del debito, mettendo i paesi ulteriormente a rischio di future crisi finanziarie.

    Non potendosi ormai più permettere di comprare i beni e servizi che essa stessa produce, l’Europa allora scarica il suo eccesso produttivo sul resto del mondo, e lo chiama progresso. Difficilmente potrebbe esserci un approccio di politica economica più controproducente di questo. Non essendo in grado né di tornare indietro verso la sovranità e indipendenza del passato, né di andare avanti verso quella condivisione del debito che necessariamente sostiene qualsiasi unione monetaria funzionante, l’eurolandia si trova bloccata in una stagnazione distruttiva che essa stessa si è creata.

    Tutti i grandi doni che l’Europa può dare al mondo – la sua creatività, l’industria, l’arte, la musica, le forme di governo, il suo stesso senso d’identità – derivano dalla sua diversità culturale, economica e nazionale.  Distruggere questa infinita varietà per perseguire una qualche visione corporativa della competitività internazionale basata sull’abbattimento dei costi sembra essere diventato un obiettivo in se stesso. Persino l’assurda Kirchner pare una spanna al di sopra di una tirannia di questo genere.

     

    Autore: Kappa d. Picche – ripreso dal sito Rischiocalcolato.it

     
  • admin 23:54 il 20 January 2014 Permalink
    Etichette: investimenti speculativi   

    Gli investimenti che seguono le bolle speculative sono sempre i migliori 

    Nell’estate del 2008, ancora con qualche mese di anticipo al crash di Lehman Brothers, ma in prossimità dell’accentuarsi delle difficoltà sempre più palesi del mercato dei mutui sub-prime, Jared Bernstein, Chief Economist and Economic Advisor, di Joseph Biden, vicepresidente degli USA durante il primo mandato di Obama, coniò per la prima volta il termine di “shampoo economy”.

    Oltre ad essere considerato uno dei più brillanti economisti della corrente economica di stampo progressista negli States, è spesso editorialista del Washington Post con articoli di commento sui principali eventi di natura economica nel mondo ed anche ospite opinionista nelle trasmissioni di approfondimento tematico della CNBC. Con il termine di shampoo economy, Bernstein ha voluto definire in modo non convenzionale l’epoca in cui stiamo vivendo soprattutto sul versante economico: in sintesi il modello di sviluppo economico su cui hanno fondamento tutte le economie avanzate genera periodicamente bolle speculative che presto esplodono obbligando l’intervento delle autorità monetarie per garantire la stabilità e la fiducia.

    Successivamente alla fase di stabilizzazione basta aspettare e dopo qualche anno si ricreano le condizioni per l’innesco di un’altra bolla pronta ad esplodere con tutte le sue conseguenze obbligando nuovamente il regolatore monetario ad intervenire per infondere fiducia sui mercati ed evitare il collasso finanziario.

    Le bolle hanno tutte le medesime caratteristiche come insegnava Hyman Minsky, l’unico elemento che le rende diverse sono le asset class che colpiscono di volta in volta: beni immobili (case in Spagna e Usa), azioni (lo sboom del Nasdaq nel 2000), materie prime (oro & argento), beni deperibili (tulipani in Olanda nel 1630), monete digitali (bitcoin) e divise tradizionali (franco svizzero). L’idea di affibbiare all’economia l’aggettivo “shampoo” è stata più che mai azzeccata: proprio come lo shampoo per capelli produce le bolle di sapone che scompaiono appena ci passate l’acqua (per analogia l’intervento delle autorità) e ricompaiono non appena iniziate nuovamente a frizionarvi il cuoio capelluto (interazione quotidiana degli attori economici). In tal senso quindi shampoo economy ovvero economia che genera periodicamente bolle, le risolve e successivamente le riforma.

    Il concetto di bolla speculativa od economica è osmoticamente collegato a quello di moral harzard. Con questo termine (tradotto in italiano sarebbe azzardo morale) si vuole indicare una specifica condizione del mercato, tanto finanziario quanto immobiliare, che consente ad un soggetto (sia esso persona fisica o entità legale) di effettuare un’operazione di investimento o una transazione economica che comporta l’assunzione di determinati rischi sapendo ingenuamente che in caso di esito sfavorevole il danno cagionato sarà saldato e ripagato da altri.

    Soffermatevi a pensare ora quanto è accaduto negli ultimi cinque anni, la fase di destabilizzazione di interi paesi, grandi banche sistemiche, società multinazionali e persino piccole banche di credito cooperativo. Tutto si è basato proprio su questa constatazione: nessuno ha mai dovuto pagare per i proprio errori. E quando dico nessuno intendo nemmeno i piccoli investitori o risparmiatori che magari hanno affidato i loro investimenti a istituti bancari e finanziari il cui management ha compromesso la solidità patrimoniale della banca stessa con strategie ed investimenti di mercato fallimentari.

    Sembra che non esista più il motto “chi sbaglia, paga” o peggio a nessuno fa piacere che possa ritornare in auge: per questo motivo oggi abbiamo ancora banchieri, policy makers e regolatori che hanno compresso la stabilità e la serenità dell’epoca contemporanea che rimangono tuttora al loro posto, magari suggerendo che cosa si dovrebbe fare per risanare quei danni che proprio loro hanno creato o provocato indirettamente.

    Per questo motivo le bolle continueranno a ripresentarsi, sempre più invasive e destabilizzanti. Ad Harvard si insegna, con grande riluttanza, che ormai l’unico modello economico ancora esistente è il socialismo, visto che il comunismo è fallito nel 1989 e il capitalismo nel 2008.

    Senza la socializzazione delle perdite o il ricorso sistematico all’inflazione (aumento della base monetaria a copertura di buchi finanziari) oggi forse vivremmo in un economia più selettiva e più giusta, in termini di ricerca del merito e lungimiranza del buon “pater familias” A titolo di cronaca, Germania e Svizzera sono in bolla, immobiliare, finanziaria e valutaria: si tratta come sempre di aspettare ed assistere socialisticamente le prossime vittime sfortunate.

    Testo di Eugenio Benetazzo – ripreso da: eugeniobenetazzo.com

     
  • admin 18:08 il 20 January 2014 Permalink
    Etichette: investire in ecuador   

    Investire in Ecuador 

    Un eccezionale video contributo  sugli investimenti alternativi in Ecuador a cura di Eugenio Benetazzo.

    Come sempre tutto da vedere e soprattutto da ascoltare per avere una visione alternativa sui cambiamenti finanziari che ci aspettano negli anni a venire.

     

     
  • admin 07:04 il 20 January 2014 Permalink
    Etichette: forum economico mondiale   

    Investire nella salvaguardia delle risorse idriche secondo il Forum Economico Mondiale 

    Ogni anno a gennaio, poco prima dell’annuale incontro di Davos, il World Economic Forum diffonde un documento di analisi sui rischi globali denominato, per l’appunto, Global Risks.

    Il rapporto, frutto di un’attività di studio sviluppata nel corso dell’anno precedente, è costruito per gran parte sui risultati del Global Risks Perception Survey, un sondaggio svolto generalmente a settembre su un campione di oltre 1.000 esperti provenienti da 100 Paesi e rappresentativi della società civile, del mondo accademico ed istituzionale, ma  soprattutto dei settori aziendale e finanziario.

    E’ noto come il Forum tra le montagne svizzere costituisca uno degli appuntamenti internazionali più importanti ed esclusivi per i leader globali del mondo economico dove gli esperti stimano, su una scala da 1 a 5, probabilità e impatto di 50 rischi globali proiettati su un orizzonte temporale di dieci anni, vale a dire quale probabilità esista che un dato rischio si manifesti nel corso del decennio e, ove si manifesti, quanto grande possa essere l’impatto.

    Quanto a probabilità, quest’anno la palma dei top five va all’aumento del gap tra ricchi e poveri seguito da mancata riduzione dei debiti sovrani, aumento delle emissioni di gas serra e crisi di approvvigionamento idrico ed incapacità nella gestione delle problematiche connesse con l’invecchiamento della popolazione.

    Relativamente all’impatto, in cima alla classifica viene collocato il collasso di un’istituzione finanziaria o di una moneta di rilevanza sistemica per l’economia globale, seguito da crisi di approvvigionamento idrico, mancata riduzione dei debiti sovrani, crisi alimentari e diffusione di armamenti di distruzione di massa.

    Se il collasso di un’istituzione finanziaria o di una moneta potrebbe riguardare l’Euro, l’incapacità nell’implementare misure efficaci a protezione della popolazione di fronte ai cambiamenti climatici – dati quindi per certi – costituisce invece il rischio più importante tra quelli ambientali.

    Per quanto concerne il nostro lavoro, vediamo come il rischio idrico sia collocato al terzo posto fra le probabilità e addirittura al secondo per quanto riguarda l’impatto. Sono entrambe posizioni che devono indurre a meditare.

    Novità dell’edizione 2013: poiché prevenire è meglio che curare, a 14.000 top manager è stato chiesto di esprimere un parere sulle capacità di monitoraggio, prevenzione e gestione dei rischi globali da parte dei propri governi nazionali. Sorpresa: Singapore risulta al primo posto, in realtà guadagnato grazie ad ingenti investimenti in denaro e risorse finalizzate al potenziamento delle capacità di previsione strategica di lungo termine, sviluppando un sistema nazionale di horizon-scanning in stretta sinergia tra governo, università, ricerca ed aziende private considerato un modello a livello internazionale. La Germania è al 17° e il Regno Unito al 20°, gli USA al 29° e la Cina al 30°, la Francia al 31° e l’Australia al 32°. Noi siamo come il nostro prefisso telefonico: 39, prima di Israele (44°), Spagna (53°), Giappone (67°) e Russia (73°).

    Ed ora scarrelliamo passando dal campo lungo dello scenario mondiale al primo piano della questione idrica di casa nostra.

    Si è svolto sabato 18 gennaio a Milano il Forum sull’Acqua Pubblica, che ha evidenziato come inalterate permangano le criticità legate all’applicazione del referendum del 2011, quando 27 milioni di italiani hanno votato si alla ripubblicizzazione dell’acqua.

    In particolare i relatori hanno affermato come l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas riproponga nelle bollette il calcolo per cui la remunerazione del capitale investito, abrogata dai referendum, viene camuffata sotto la denominazione oneri finanziari.
    I relatori hanno inoltre espresso riserve sulla capacità del metodo tariffario di garantire gli investimenti necessari al comparto idrico, che dovrebbero però essere definiti come costi, “tutelando gli interessi di pochi e ricchi privati, a scapito degli interessi della collettività e del tessuto sociale sempre più impoverito ed attaccato nella crisi in cui viviamo”.

    A nostro avviso, sia pure per completezza informativa, il convegno è andato brevemente fuori tema descrivendo certe dinamiche della Cassa Depositi e Prestiti, alimentata primariamente dal deposito postale e che dal 2003 ha modificato la propria forma giuridica da ente pubblico a SpA, applicando ai Comuni che vi contraggono mutui interessi ai tassi di mercato.

    Siamo altresì convinti che una ripubblicizzazione dell’acqua a prescindere non costituisca affatto la panacea dei mali che affliggono il servizio idrico. Gli stessi relatori si sono contraddetti parlando di un metodo tariffario inadatto a garantire gli investimenti, chiamandoli però poi costi. Ma gli impianti di desalinizzazione, potabilizzazione, adduzione, distribuzione, depurazione e via enumerando non possono costituire semplici costi, bensì investimenti. Investimenti a lungo termine, frutto di programmazione, di lungimiranza, di scelte tecniche, di consenso.

    Pensiamo solo alle condotte di trasferimento, che secondo uno studio del 2005 perdevano lungo il percorso il 29% di acqua, salito al 37% nel 2009 ed ancora, secondo gli ultimi dati disponibili, risalenti al 2011, al 41%.

    La dimostrazione che non sempre privato sia sinonimo di nefandezza l’ha portata proprio il Comitato Milanese Acqua Pubblica. Premesso che a Milano la gestione idrica è affidata alla Metropolitana Milanese SpA, alla domanda su quali fossero le iniziative attuate in ordine alla campagna di obbedienza civile sulla tariffa, che prevede l’autoriduzione del 7% di remunerazione del capitale, il Comitato ha risposto: No, non abbiamo partecipato alla campagna di obbedienza civile sulla tariffa perché abbiamo valutato che a Milano non ne sussistessero le condizioni:

    • sulle bollette dei milanesi non ha mai gravato l’onere del 7% di remunerazione del capitale, bensì una quota molto più ridotta che si aggira intorno al 2%;
    • in questa città le bollette dell’acqua sono le più leggere d’Italia a fronte di una altissima qualità: in queste condizioni non ci sono margini per convincere i cittadini all’autoriduzione. (fonte: Comitato Milanese Acqua Pubblica)

    Lo abbiamo già visto in passato, e in numerosi settori, che la privatizzazione spinta all’estremo è come le sigarette: nuoce gravemente al servizio offerto. Pensiamo solo alle ferrovie da quando preferiscono giocare a Monopoli piuttosto che far partire i treni senza rincorrere mire di scempio ambientale per guadagnare venti minuti di percorrenza.

    Ma anche il pubblico ad ogni costo della medicina ha solo l’amaro, e non è detto che faccia bene: tavoli, commissioni, spartizioni, consulenze, presidenze, comitati, bilancino del farmacista elettorale.
    E intanto gli investimenti languono, quando vengono avviati i lavori la tecnologia è obsoleta, i soldi stanziati non bastano più, lo scenario è mutato… tutte cose che conosciamo.

    La soluzione ideale, a nostro avviso, è una società la cui proprietà sia ripartita fra i diretti utilizzatori del servizio, che sarebbero così garantiti dal fatto di disporre del servizio stesso e dal timore che nessun altro possa comprare la loro fonte idrica. Una confederazione, un consorzio o, meglio ancora, un fondo, possono inoltre garantire economie di scala attraverso lo scambio e l’implementazione di tecnologie comuni oltre che di una tutela normativa.

    Alberto C. Steiner

     
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