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Eugenio Benetazzo e il futuro dell’economia italiana

L’età del consumo e credito facile è finita. Il nostro declino è già iniziato, e se lo scenario attuale permane così è anche irreversibile. Le banche stringono i cordoni perché i vincoli di Basilea sono ineludibili. O le nazionalizziamo, oppure quello che sta accadendo è inevitabile: la Bce presta il denaro a loro, e loro non lo prestano a noi”. Eugenio Benetazzo l’aveva scritto in un libro, più di due anni fa – L’Europa s’è rotta – in cui pronosticava l’assalto speculativo all’Italia e la crisi dell’Euro.

Ne ha scritto un altro, l’estate scorsa, Era il mio paese, in cui lanciava l’allarme sulla deindustrializzazione e l’impoverimento dell’Italia. Da anni – sul blog di Beppe Grillo – Eugenio Benetazzo tuona contro la moneta unica, lo strapotere delle banche, le scelte economiche che hanno messo in ginocchio le economie nazionali. E oggi è ancora più pessimista: “Gli anni che abbiamo vissuto, quelli del credito facile, delle imprese che investono, della grande industria italiana sono finiti”.

Benetazzo, cosa la portava a prevedere la crisi dell’Europa a partire dalla Grecia, nell’estate prima della sua esplosione?
L’euro è una moneta troppo forte per i paesi dell’europa mediterranea. Solo cinque anni fa dirlo era una bestemmia, tre anni fa era ancora una eresia, ora anche gli economisti ufficiali ammettono che il ragionamento è sensato.

Perché?
Paesi come il nostro hanno campato sulla svalutazione competitiva. L’euro ha cancellato questa possibilità. Non ci voleva la palla di vetro per capire che la Grecia, il paese più debole, sarebbe stata attaccata per prima. E che l’Italia sarebbe diventata un obiettivo successivo malgrado i suoi fondamentali sani.

La Bce poteva evitare quello che è successo?
L’unica preoccupazione della politica di Trichet è stata di contenere l’inflazione. Ma già nel 2010 l’euro era una moneta non fallita, ma fallimentare sul piano sostanziale.

Cioè?
I tassi da pagare per rifinanziarsi viaggiavano, per noi, intorno al 3%. Dopodiché, in un momento ben determinato, siamo entrati in una spirale autodistruttiva.

In che senso un momento ben determinato?
L’assedio della finanza all’Italia inizia nell’estate del 2011 pochi giorni dopo il risultato dei referendum in cui la maggioranza degli italiani si pronunciavano contro il nucleare e a favore della proprietà pubblica dell’acqua.

I mercati hanno voluto punire l’Italia? Mi pare esagerato.
Eravamo un’anomalia, e, senza evocare nessun complotto, in questo momento in Europa non sono tollerate anomalie. Se rilegge Era il mio paese troverà un’altra previsione: Berlusconi, che non aveva più il consenso per sostenere questo livello di riforme mercatiste sarebbe stato liquidato e sostituito con qualcuno più idoneo ad adeguarsi ai parametri monetari. Non potevo prevedere che sarebbe stato Monti, ma tutto il resto era scritto.

Non ci sono prove di questo complotto…
Non è un complotto, ma un intento dichiarato: uno dei punti principale della lettera della Bce menziona anche la privatizzazione dei servizi pubblici.

Parliamo delle banche, e del ruolo che svolgono…
In questo momento hanno le mani legate. Stanno strangolando il credito, ma è inevitabile, dati i vincoli a cui sono sottoposte.

Spieghiamolo.
Le banche stanno vivendo un momento di grande difficoltà a fronte dei processi di deterioramento della qualità del credito. Il termometro di questa sofferenza è rappresentato dall’andamento delle quotazioni di borsa: nel 2008 le azioni del Monte dei Paschi valevano 3.5 euro l’una. Ora meno di 30 centesimi. Unicredit era a 6 euro, oggi è a meno di 70 centesimi…

Ma perchè allora le banche non prestano ?
È un processo matematico. Dati i vincoli imposti dalla Bce, devono rispettare e mantenere un determinato coefficente di solidità patrimoniale dato tra il capitale di rischio proprio e il totale de prestiti erogati. Per aumentare questo rapporto o aumentano il numeratore ovvero cercano nuovo capitale di rischio dal mercato attraverso nuovi aumenti di capitale oppure diminuiscono il denominatore, ridimensionando, revocando e contraendo fidi, prestiti, in una parola credito.

Non c’è soluzione, quindi?
Finché siamo in Europa e ci dobbiamo riscontrare con la Bce. La gente si metterebbe le mani nei capelli se sapesse come sono calcolati i quozienti di solvibilità patrimoniale. Se vogliamo che cambino ci sarebbe solo da nazionalizzare. Invece di avere delle banche al servizio dell’economia, abbiamo l’economia al servizio delle banche.

Malgrado le critiche, anche lei pensa che non si possa rischiare il collasso del sistema bancario.
Le banche sono il cuore dell’organismo. Se smette di battere tutto crolla.

Quali sono stati gli errori?
I Tremonti bond sono stati una grande occasione persa: lo Stato ha messo a disposizione delle banche denaro senza pretendere nessuna garanzia sulla governance. Il meccanismo ora è impazzito e gli istituti pensano unicamente alla propria autotutela.

E l’Italia?
Quando un Paese come la Grecia raccoglie denaro all’8% è già tecnicamente fallito. Noi ci siamo andati vicini. Ci salva la stratosferica ricchezza privata, immobiliare e finanziaria.

Però?
Però bisogna iniziare a convivere con l’idea che in questi due anni di crisi siamo entrati in un processo di deindustrializzazione, di crisi finanziaria e di sudamericanizzazione sociale.

Cosa prevede?
Eravamo poveri. Siamo stati ricchi. Torneremo poveri.

Articolo ripreso da dagospia.com

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Accedere al credito immobiliare e’ sempre piu’ difficile

L’impatto delle manovre correttive sugli umori delle famiglie egli effetti a valle dell’aumento del costo del credito delle banche italiane, che quest’estate si è impennato in parallelo con il differenziale di rendimento fra titoli di stato italiani e analoghi tedeschi risultano in una contrazione del credito non solo per le imprese, ma anche per le famiglie.

La domanda di mutui ipotecari da parte dei consumatori è infatti in forte calo almeno dalla tarda primavera. A maggio il numero di richieste di mutui presentate alle banche (a prescindere dall’esito) è calato del 14% rispetto allo stesso mese del 2010. Il calo si è ampliato al 17% a giugno, è tornato al 14% a luglio fino al crollo del 18% registrato ad agosto. Secondo Eurisc-Crif, che raccoglie i dati relativi a oltre 78 milioni di posizioni creditizie, nei primi otto mesi dell’anno la domanda di mutui è scesa del 10 per cento. E questa è solo una parte della medaglia, quella che attiene la domanda, depressa dall’atmosfera di stagnazione economica.

L’altro aspetto, non meno preoccupante, è la stretta in atto dal lato dell’offerta di mutui. Nelle prime settimane di settembre le banche hanno aggiornato i “listini prezzi”, ritoccando al rialzo lo spread (la maggiorazione) applicata al tasso Euribor (oggi intorno all’1,5% sulla scadenza a 3 mesi, e al 2% per la scadenza a 365 giorni) per i prodotti a tasso variabile. L’entità varia da istituto a istituto, ma non è mai inferiore a un punto percentuale. Questo vuol dire, per esempio, che un mutuo di 100 mila euro comporta maggiori interessi all’anno fra 600 e 700 euro, a seconda della durata del mutuo.

«C’è un aumento generalizzato degli spread legato alla difficoltà delle banche di reperire liquidità, e di farlo a costi contenuti», afferma Roberto Anedda, direttore marketing di Mutuionline.it. Al momento, non si hanno dati sull’effetto dei rincari sull’erogazione del credito. In diversi casi, aggiunge il manager, «l’aumento di spread è stato di oltre due punti percentuali, creando delle differenze ancora più marcate fra le offerte migliori e le meno convienienti». In soldoni, vuol dire non meno di 1.200 euro l’anno.

Giuseppe Piano Mortari, direttore operativo di Assofin (l’associazione degli operatori del credito al consumo e immobiliare), si aspetta una flessione marcata del numero di contratti stipulati e dei flussi erogati. Già nei primi sette mesi di quest’anno si sono ridotti sia i contratti (-6%) sia i flussi di credito (-4,6%). «La combinazione fra aumento degli spread per le banche stesseme, e quindi a cascata sui mutui, e la difficoltà a reperire liquidità – aggiunge – porterà a una maggiore selettività nell’erogazione del credito». Una selettività a volte così estrema da non far passare nessuno.

In qualche caso, infatti, l’aumento degli spread finisce è tale da mettere fuori mercato l’offerta di una banca. Nel foglio informativo aggiornato al 27 settembre, per esempio, Unicredit ha aumento lo spread massimo sul prodotto “mutuo a tasso variabile One” al 3,50% contro l’1,80 applicato in precedenza. Praticamente il doppio. A cui va aggiunto l’Euribor a 365 giorni, per un totale del 5,10 per cento.

Ancora peggio fa Popolare di Vicenza: nell’ultimo aggiornamento del foglio informativo sui mutui casa, si prevede uno spread sull’Euribor annuale del 4,5 per cento. Per la banca vicentina come pure per Unicredit, i nuovi prezzi dei mutui sono certamente la conseguenza del maggior costo sostenuto per approvviggionarsi di liquidità. Ma è chiaro che, a queste condizioni, i prodotti resteranno sulle scaffale, scalzati dalla concorrenza. «Non possiamo ritirare il prodotto dal listino – spiega un banchiere che vive in prima persona questa situazione e preferisce mantenere l’anonimato – ma non possiamo nemmeno erogare in perdita; i nostri prezzi per ora sono chiaramente nella fascia alta del mercato, perciò se i clienti scelgono un altro istituto, non possiamo certo biasimarli». Insomma, alcune banche stanno uscendo, consapevolmente, dal mercato dei mutui per la prima casa: sembra paradossale ma è quello che sta succedendo.

Fonte: linkiesta.it