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Investire Acqua

I necessari investimenti per ridurre lo spreco delle risorse idriche in Italia

Continuiamo nella nostra serie di articoli legati al futuro dell’acqua, una delle maggiori opportunità di investimento nei prossimi anni. Contattateci per maggiori informazioni.

L’Italia è il paese al mondo con il maggiore utilizzo percentuale delle  risorse idriche. Un vero e proprio leader mondiale nello sprecare l’acqua.

Abbiamo una notevole disponibilità di risorse idriche, al Nord come al Sud nonostante che l’iconografia ufficiale rappresenti un Meridione permanentemente assetato, ma spesso entriamo in emergenza.
Considerando i soli utilizzi domestici consumiamo più acqua rispetto a Regno Unito, Spagna e Francia, il doppio rispetto alla Germania e più dei paesi scandinavi considerati nel loro complesso. Non siamo ancora entrati nell’ordine di idee che, mentre ci spazzoliamo i denti con lo spazzolino è inutile che lasciamo scorrere l’acqua nel lavandino, allo stesso modo in cui è inutile lasciarla scorrere nella doccia mentre ci insaponiamo. Per non parlare di quando laviamo i piatti con il rubinetto dell’acqua, ovviamente calda, inutilmente aperto a manetta.

Tra l’altro siamo tra i maggiori consumatori mondiali di acque in bottiglia, pur essendo questo un dato fuorviante in quanto negli altri paesi, a tavola, non si beve prevalentemente acqua bensì altro.
Esaminando gli usi massicci emerge che l’agricoltura è il settore maggiormente assetato con un utilizzo che si attesta sui 25 miliardi di metri cubi annui, seguito a distanza dall’industria e dall’energia per un complesso di 15 miliardi, mentre il terziario ne assorbe all’incirca 9 miliardi.

Ma a quanto assommano e come sono distribuite le risorse idriche nazionali?

Siamo il Paese dell’Europa meridionale più ricco di risorse idriche, ben più della Francia e della Spagna, per non parlare della Grecia e persino dell’area balcanica. Contornati come siamo a nord dalle Alpi, ricchissime di corpi idrici, disponiamo di ben 69 laghi naturali di superficie pari o superiore a 0,5 km², 183 bacini artificiali con oltre 1 km² di superficie, ai quali dobbiamo assommare 234 corsi d’acqua e fiumi di una certa rilevanza a livello idrico ed ambientale. Inoltre, i corpi idrici superficiali e sotterranei destinati alla potabilizzazione sono quasi 500, e 400 sono i laghi a partire da 0,2 km² di estensione, andando a consolidare, così, un’abbondanza di risorse idriche già fisiologicamente presenti sul territorio sia naturalmente che artificialmente.

Le acque di origine lacustre, considerando nel novero solo gli specchi d’acqua di superficie pari o superiore a 0,2 km² di superficie, comprendono 150 miliardi di metri cubi, una riserva ingente anche se distribuita in modo irregolare sul territorio nazionale. Basti pensare che la metà dell’acqua lacustre si trova nella sola Lombardia, anche se la cubatura dei laghi Maggiore e Garda, il più esteso a livello nazionale pur se non il più profondo, è convenzionalmente divisa rispettivamente con Piemonte/Svizzera e Veneto/Trentino. La cubatura del lago di Lugano ci è invece attribuibile solo nella misura del 21%.

L’Italia settentrionale accorpa complessivamente il 62% del patrimonio idrico nazionale con 124 miliardi di metri cubi, ed è anche quella che – Lombardia in testa – ne fa maggiormente uso.
I 26 miliardi di metri cubi residui sono dislocati prevalentemente nei laghi appenninici, mentre il Sud e le Isole dispongono soltanto del 3% delle acque d’origine lacustre.

Le acque di origine fluviale sono raggruppate in 11 fiumi considerati di interesse nazionale, 7 di questi sono al Nord: Po, Tanaro, Ticino, Adda, Oglio, Adige, Isonzo; al Centro: Arno, Tevere; al Sud: Garigliano, Volturno.

 

A questi si sommano altri bacini di minore estensione o portata, ai quali vanno aggiunti quattro bacini classificati come sperimentali. Insomma, siamo ricchissimi di acqua: oltre 50 miliardi di metri cubi annui, pari a quasi 1.000 metri cubi per abitante. Ma tuttora presentiamo problemi di disponibilità delle risorse, specialmente durante i mesi estivi. E non solo al Sud.

Secondo i dati forniti dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria destiniamo all’irrigazione il 70 per cento dei prelievi e l’80 dei consumi totali di acqua a livello nazionale. Una quantità impressionante, ma che da anni spinge il settore agricolo a costanti aggiornamenti finalizzati all’ottimizzazione delle risorse tecnologiche ed impiantistiche. La ragione è che in agricoltura e zootecnia l’acqua prelevata viene effettivamente consumata, a differenza dei settori industriale, energetico, terziario e domestico, che presi nel complesso possono restituire anche il 90% dell’acqua prelevata. Ma quest’acqua, prelevata in buone condizioni, viene resa ai sistemi fognari di qualità scadente quando non pessima.

Conseguentemente i consumi maggiori si registrano al Nord con oltre il 60 per cento in ragione dei processi di urbanizzazione ed industrializzazione avvenuti nell’ultimo cinquantennio e della densità delle superfici agricole. Non dimentichiamo che la Lombardia è la regione più agricola d’Italia. Le Isole risultano essere le più parche nei consumi, assommando solo l’8%, mentre il Centro utilizza il 10 per cento delle risorse e il Sud il 15.

Il settore industriale registra ormai da anni una costante diminuzione dei consumi, purtroppo non solo grazie all’innovazione ma a causa della crisi economica, mentre aumentano di pari passo gli utilizzi – e gli sprechi – civili e domestici.

A parte casi, non infrequenti specialmente al Sud, di condotte marcescenti che comportano perdite anche sensibili lungo il tragitto, sempre al Sud si assisterebbe al fenomeno dei furti; nota e rovente è la querelle, tuttora in corso con risvolti anche giudiziari, nel comprensorio del Calore.

Concludiamo con un dato curioso: uno studio dell’Università di Bologna ha stimato in 1.538 mc/Ha/y, vale a dire metri cubi per ettaro per anno la quantità d’acqua necessaria per irrigare la superficie unitaria di un campo da golf, benché la Regione Liguria faccia ascendere tale dato ad oltre 2.000 mc.

L’Autorità Ambientale della Regione Puglia ha invece valutato un consumo di 100.000 mc/Ha/y per un campo della superficie di 60/70 Ha, con incrementi del 50-60% durante la stagione estiva relativamente alle condizioni dell’Italia meridionale. L’aspetto curioso è che relativamente all’utilizzo delle risorse idriche i campi da golf non sono considerati impianti sportivi, ma superfici agricole

Articolo in collaborazione con il sito Kryptoslife.com

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Investire Acqua

Investire sull’acqua e nelle aziende del settore idrico

Iniziamo da oggi una serie di articoli per introdurre un tema che esploreremo a lungo in futuro: l’eccessivo utilizzo delle risorse idriche a livello produttivo e le enormi opportunità di investimento nei prossimi anni, sulle quali presto svilupperemo un veicolo dedicato agli investitori privati.

Quanta acqua consumiamo veramente? La risposta è semplice: tantissima. Utilizziamo l’acqua per bere, lavare, cucinare. Ma questa è solo la punta dell’iceberg.

In modo meno evidente, ma ben più incisivo, ne utilizziamo ancor di più per produrre cibo, carta, vestiti, oggetti in plastica e metallo. Esiste un’unità di misura, detta Acqua Virtuale, che consente di calcolare l’uso di acqua prendendo in considerazione sia l’utilizzo diretto che quello indiretto del consumatore o del produttore.
Ad esempio, per produrre un chilogrammo di grano o di orzo sono necessari circa 1.300 litri d’acqua che, calcolando la produzione annua di tali cereali, corrispondono rispettivamente al 12 ed al 3 per cento dell’acqua destinata all’agricoltura.

Per avere un’idea dei numeri in gioco, la produzione mondiale di grano abbisogna di circa 790 miliardi di metri cubi di acqua. Il mais è meno esoso, richiedendo solo 900 litri/kg, vale a dire circa 550 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, che rappresentano l’8% del consumo globale di acqua destinata all’agricoltura.
Dal grano al pane il passo è breve: 1.300 litri d’acqua per kg, come dire che una fetta di pane del peso di circa 30 grammi implica un consumo di 40 litri d’acqua.

Per produrre un kg di riso serve la spaventosa quantità di 3.400 litri. Tenendo conto del fatto che i campi di riso attualmente presenti a livello mondiale consumano circa 1.350 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, che rappresenta ben il 21% del consumo globale di acqua destinata all’aglicoltura, corrispondenti ad una miscela acqua piovana, la cosiddetta acqua verde,  e di acqua per l’irrigazione, detta acqua blu. Il rapporto di verde/blu dipende dalle tecniche di produzione e dal luogo di crescita.

E passiamo alla carne. Quella di manzo è un’idrovora per definizione: ci costa 15.000 litri d’acqua per chilogrammo. In un sistema di allevamento industriale, occorrono in media tre anni prima che l’animale sia macellato per produrre circa 200 kg di carni disossate. Prima di arrivare a quesl momento l’animale ha consumato quasi 1.300 kg di cereali, 24 metri cubi di acqua per bere e 7 metri cubi di acqua per le pulizie e la manutenzione. Ciò significa che per produrre un chilo di carne bovina disossata occorrono circa 6,5 kg di grano, 36 kg di foraggio e 155 litri di acqua.

Produrre un hamburger, tipologia assai cara agli statunitensi e comunque diffusa a livello mondiale, occorrono mediamente 2.400 litri d’acqua.

La carne di maiale sembra costare circa un terzo: 4.800 litri per chilogrammo. In realtà non è vero poiché i capi vengono macellati all’età di 8 mesi producendo circa 90 kg di carne, 5 kg di frattaglie commestibili e 2,5 kg di pelle per vari usi, e nel frattempo consumano circa 385 kg di cereali e 11 metri cubi d’acqua per bere e per la manutenzione della porcilaia, ai quali bosogna aggiungere circa  10 metri cubi di acqua in fase di macellazione.
Il pollame consuma, nelle 10 settimane di vita necessarie prima che sia macellato, l’equivalente di 3.900 litri per chilogrammo di peso. Infatti un pollo rende all’incirca 1,7 kg di carne ricavata dal consumo di circa 3,3 kg di cereali e 30 litri di acqua per bere e per la pulizia. Questo significa che per produrre un chilo di carne di pollo, usiamo circa 2 kg di cereali e 20 litri di acqua potabile.

Dai polli alle galline: produrre un uovo costa 3.300 metri cubi d’acqua per tonnellata, vale a dire 200 litri per singolo uovo. Il formaggio da latte vaccino costa circa 5.000 litri d’acqua per chilogrammo di peso non evaporato, poiché per produrlo occorrono 10 litri di latte, per produrre i quali occorrono 10.000 litri d’acqua. Vale a dire che se stiamo bevendo un bicchiere di latte, calcolato secondo gli standard in 200 ml (un quinto di litro) stiamo in realtà bevendo il frutto dei 200 litri dell’acqua resasi necessaria per produrlo.

Se al latte preferiamo la birra teniamo presente che ci costa nella misura dell’orzo necessario alla sua produzione, vale a dire 75 litri al bicchiere.
Se invece preferiamo bere vino, il cui bicchiere standard è calcolato nella misura di 125 ml, un ottavo di litro, è bene che sappiamo che stiamo bevendo il prodotto di 12 litri d’acqua, la maggior parte dei quali resisi necessari per produrre l’uva.

Considerato però che, come si dice, a qualcuno piace caldo, passiamo al caffè: ancora peggio! ogni goccia di quella gustosa bevanda presente nella nostra tazza corrisponde a 7 grammi di caffè torrefatto, per la cui produzione sono necessari 140 litri d’acqua, vale a dire 21.000 litri d’acqua per chilogrammo. Insomma, per ottenere una goccia di caffè è necessario sacrificare 1.100 gocce d’acqua, ovvero 140 litri a tazzina.
Ma se crediamo che vada meglio con tè e tisane varie non illudiamoci. Per produrre 1 kg di foglie di tè fresco abbiamo bisogno di 2.400 litri di acqua, mentre per un kg di tè nero (come lo si compra in negozio) servono ben 9.200 litri di acqua. E così una normale tazza di tè da 250 ml richiede 120 tazze di acqua.

Se il caffè o il tè ci piacciono zuccherati teniamo presente che per produrre un kg di zucchero di canna, quello che oggi va per la maggiore, servono 175 litri d’acqua. Complessivamente la canna da zucchero consuma circa 220 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, che rappresenta il 3,4% del consumo globale di acqua destinata all’agricoltura.
Crediamo di rimediare bevendo succo d’arancia o di mela? Niente affatto. L’arancia ci costa 170 litri al bicchiere, e la mela 190.

Giusto per concludere, se intendiamo consolarci con un sacchetto di patatine da 50 grammi, è bene che sappiamo che quel mezzo etto è nato grazie al sacrificio di 37 litri d’acqua, senza dimenticare che per produrre un kg di patate servono la bellezza di altri 900 litri al chilogrammo.

Chi volesse approfondire, puo’ contattarci usando la form nella pagina “La Nostra proposta di Investimento

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investire in Italia

Investimenti in corsa per salvare l’Italia

Noi abbiamo molti dubbi sul fondo Algebris, ma nel frattempo riportiamo questo interessante articolo ripreso dalla Gazzetta di Firenze. Il resto ad una prossima puntata.

“Il cda dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze abbia il coraggio di spiegarlo alle tante associazioni di volontariato e di assistenza che con grande fatica costruiscono quotidianamente solidarietà e cultura sul territorio. Difenda la scelta di stornare dal bilancio della Fondazione ben 10 milioni sul Fondo Algebris di Davide Serra acquisendo i pericolosi Co Co Bond quando solo lo scorso 5 novembre ha deciso di ridurre i contributi destinati alla società civile fiorentina a soli 23 milioni per il 2013.

perUnaltracittà denuncia il conflitto di interessi tra una istituzione in cui siedono rappresentanti del Comune nominati dal Sindaco e operazioni finanziarie di un broker, novello acquisto della compagine che lo sostiene elettoralmente. L’acquisto dei Co Co Bond del finanziere amico e sostenitore di Matteo Renzi – rivelato dal Fatto Quotidiano – rappresenta un doppio vulnus per la Fondazione della maggiore banca della città.

Il primo perché si è deciso di nutrire quella stessa finanza speculativa che oggi ulteriormente potenziato le politiche liberiste, ha devastato l’economia degli Stati, causato la riduzione dei posti di lavoro, impoverito le popolazioni, favorito le assurde politiche di austerità dei governi ispirate proprio dai “mercati finanziari” e infine minato la coesione sociale anche sul nostro territorio quando per statuto l’Ente Cassa ‘persegue esclusivamente scopi di utilità sociale’.

Il secondo perché si riconosce nella scelta dell’Ente di investire 10 milioni nei Co Co Bond di Davide Serra, una scelta di stretta osservanza renziana. Il sindaco di Firenze ha infatti il diritto di nominare un rappresentante del Comune, Bruno Cavini, nel Comitato di indirizzo della Fondazione e poi lo stesso Comitato elegge nel Consiglio di amministrazione Marco Carrai, uomo di Renzi per eccellenza, che oggi sulla stampa rivendica la scelta a favore del fondo Algebris con una dichiarazione stupefacente quando afferma che ‘a fronte di un rendimento dell’11 per cento, il rischio per la Fondazione è pari a zero’. Dichiarazione contro ogni logica, visto che è chiaro a tutti che un rendimento così alto è legato proprio all’alto rischio dell’operazione tanto che la stessa Borsa italiana definisce i Co Co Bond ‘strumenti rischiosi’ che possono produrre ‘notevoli perdite’ per chi li detiene. E anche nel caso in cui il rendimento fosse effettivo, non può che derivare da una serie di operazioni altamente speculative, quel tipo di operazioni che sono alla base della crisi attuale.

Non passa quindi da Matteo Renzi la rottamazione del ‘vecchio modo di fare politica’ che ha stranamente caratterizzato la carriera del giovane sindaco. Questa storia dimostra come invece il ‘vecchio’ modo di intendere le cose si rafforzi e si consolidi, questa volta addirittura stornando i fondi per milioni destinati al volontariato fiorentino nelle tasche di quello stesso Davide Serra che finanzia la campagna per le primarie del sindaco, introduce lo stesso nel mondo della finanza speculativa e pontifica alla Leopolda sulle buone pratiche di governo.

Per tutti questi motivi perUnaltracittà denuncia il conflitto di interessi tra una istituzione in cui siedono rappresentanti del Comune nominati dal Sindaco e operazioni finanziarie di un broker, novello acquisto della compagine che lo sostiene elettoralmente. Chiede perciò chiarimenti su questa vicenda che ha però il merito di fare chiarezza su aspetti fin’ora tenuti fuori da un’abile regia dal cono di luce che l’opinione pubblica deve accendere su chiunque si candidi a guidare il Paese”.

IL FONDO ALGEBRIS SPACCA IL CONSIGLIO COMUNALE  Il caso dell’investimento di dieci milioni da parte dell’Ente Cassa di risparmio di Firenze (fondazione in cui il sindaco Matteo Renzi ha nominato un membro nel comitato d’indirizzo, il suo portavoce Bruno Cavini) nei coco bond del fondo Algebris del finanziere Davide Serra ha ‘scaldato’ il consiglio comunale di oggi a Firenze e diviso la compagine del Pd. All’origine delle polemiche, la presentazione di una domanda di attualita’ sulla vicenda da parte dei consiglieri di opposizione Ornella De Zordo (perUnaltracitta’) e Tommaso Grassi, Sel, per chiedere all’amministrazione se vi fossero ”altri fondi di investimento nei quali l’Ente Cassa avesse investito durante la presidenza Mazzei”, quanto ”abbia influito la presenza di uomini vicini al Sindaco negli organi della Fondazione nella decisione di assumere l’investimento” in Algebris, e quale fosse la ”valutazione dell’amministrazione sulla scelta dell’Ente”. Domanda d’attualita’ che pero’ il presidente dell’assemblea Eugenio Giani, in prima battuta, ha rigettato come ”inammissibile”: ”in base al regolamento, una domanda di attualita’ deve interessare direttamente l’amministrazione comunale o questioni di particolare importanza in cui sia coinvolta, e non e’ questo il caso”.

Una bocciatura che ha scatenato la vivace reazione di De Zordo e Grassi, che si sono detti ”sorpresi” per la decisione: ”Questo e’ antidemocratico – ha commentato Grassi – dobbiamo pensare che ci sia la volonta’ di non parlare di questo argomento in un momento in cui e’ spiacevole per il sindaco Renzi, cioe’ l’ultima settimana prima delle primarie?”. Il consigliere ha poi sottoposto alla votazione dell’assemblea l’opportunita’ che il consiglio di presidenza riesaminasse la valutazione di inammissibilita’ della domanda, ottenendo l’approvazione (16 favorevoli, 15 contrari) grazie ai voti di Pdl, Lista Galli, del consigliere del Gruppo misto Stefano Di Puccio e di cinque bersaniani del Pd (Francesca Chiavacci, Mirko Dormentoni, Cecilia Pezza, Stefania Collesei Andrea Pugliese): il resto del partito democratico si e’ espresso contro, Fli si e’ astenuta. E’ stato allora deciso, con il comune accordo delle forze politiche, che l’assessore all’educazione Rosa Maria Di Giorgi, rispondesse alla domanda d’attualita’ di De Zordo e Grassi. ”La domanda e’ incredibile – ha esordito Di Giorgi, ed io ripetero’ in questa sede quello che si legge sui giornali: il rapporto tra Serra e l’Ente Cassa prescinde completamente da quello che c’e’ tra il finanziere e il sindaco”. Durante la trattazione del caso, non sono mancati momenti di polemica ancora piu’ dura. ” L’assenza del sindaco espone la citta’ a questa vergogna”, ha detto la consigliera del Pd Cecilia Pezza.

 

Articolo ripreso dal sito GazzettadiFirenze.it

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investimento immobiliare

Investire in opportunita’ non convenzionali nel settore immobiliare

Pubblichiamo un intervento su interessanti opportunita’ di investimento seguite dal nostro partner Ing. Steiner.

Sono un professionista attivo in un ambito particolare, quello delle valutazioni di immobili assoggettati a procedure di contenzioso. Effettuo pertanto questa sintetica analisi utilizzando i dati che mi derivano dal lavoro svolto durante l’anno appena trascorso, parametrati all’esperienza di anni precedenti.

I miei riferimenti, vale a dire i clienti che mi assegnano le valutazioni di immobili – da qualche anno per mia scelta prevalentemente rurali – sono in massima parte alcuni tribunali situati in Emilia, Lombardia e Veneto nonché banche ed istituzioni assicurative di varia tipologia allocate in province emiliane, lombarde, toscane e venete.
Il mio lavoro consiste nel valutare la consistenza di beni, funzionalmente ad un ribasso della base d’asta o dell’esistenza di una trattativa stragiudiziale cosiddetta a saldo e stralcio.

Le mie valutazioni non si limitano alla mera consistenza del bene, evolvendo nell’analisi del contesto storico, urbanistico, sociale, ambientale dell’immobile di riferimento e, non di rado, ipotizzando il riuso del complesso o del fondo funzionalmente allo scenario attuale a beneficio di potenziali investitori od operatori interessati ad acquisire il bene per abitarlo ovvero svolgervi un’attività imprenditoriale: azienda agricola, agriturismo, fattoria didattica, centro per il benessere fisico e spirituale.

Il 2013 è stato un anno difficile, segnato da due aspetti fra loro correlati. A fronte di un’impennata delle procedure di contenzioso – è sufficiente analizzare i dati diffusi da Istat e Crif per rendersene conto – dovuta alla sempre maggiore difficoltà di onorare le rate dei mutui da parte di privati e imprese, le procedure d’asta sono diminuite. Ciò è dovuto ad una ragione strutturale: i tribunali fissano come base d’asta il valore di mercato del bene, spesso desunto da perizie ormai datate e che si riferiscono ad uno scenario teorico, tecnicamente ineccepibile ma che non tiene conto della realtà del mercato; il risultato è che le aste vanno deserte e certi immobili vengono riproposti, invenduti, di anno in anno con ribassi del sesto, del quinto o addirittura di un terzo quando non della metà.

La ragione strutturale conduce così ad una ragione contingente: gli investitori aspettano.

Non stiamo parlando di privati che cercano l’appartamento d’occasione per andarci ad abitare, bensì di operatori economici che stanno programmando una nuova impresa o l’espansione di quella in essere. Gli immobili, in specie quelli agricoli con relativi fondi, ritenuti meritevoli d’attenzione hanno un’anzianità di contenzioso mediamente non inferiore ai quattro anni.

Oltretutto non vengono più considerate le estensioni modeste, poiché la crisi economica ha comportato la scomparsa delle cosiddette occasionalità: manager, artigiani, piccoli imprenditori o gruppi di amici che vogliono cambiare vita investendo risparmi per impiantare un’azienda agricola o un agriturismo non esistono più. Perché non hanno risparmi da investire o perché preferiscono non rischiare quelli che possiedono o, infine, perché l’accesso al credito per l’accensione di mutui è diventato tutt’altro che agevole.

Oggi c’è spazio solo per esperti, oppure per persone che possono contare sull’appoggio di professionalità preparate e chiaramente definite.

Esiste una seconda ragione strutturale: le banche hanno compreso che di denaro, e di investitori, in giro ce ne sono sempre meno, e quindi rifinanziano i loro clienti debitori; hanno iniziato sospendendo i mutui per un semestre, sono passati ad un anno ed ora non è infrequente che le annualità vengano rinnovate. Certamente tutto ciò non è gratuito, le sospensioni hanno un costo finanziario, che verrà corrisposto dal debitore in una o più soluzioni alla ripresa dei pagamenti.

Personalmente la considero un’agonia, una sorta di accanimento terapeutico rivestito con la patina untuosa del favore; posso però comprendere le ragioni che sostengono la base di tale ragionamento da parte di chi, in questo modo, ha almeno un tetto sopra la testa senza l’incubo dell’ufficiale giudiziario: intanto va così, poi si vedrà.

Tornando ai fondi agricoli ed agli immobili rustici e rurali mi sia permessa un’annotazione. Lo spontaneismo degli anni passati, pur con i suoi inevitabili alti e bassi peraltro configurabili nell’ambito del rischio d’impresa, era comunque benefico per il territorio poiché ne permetteva la cura e la tutela. Lo spontaneismo mosso da intenti prevalentemente ecosostenibili e di recupero di valori, saperi e sapori locali, non solo non dava luogo ad impianti di agricoltura estensiva variamente meccanizzata con caratteri industriali, bensì a coltivazioni di nicchia, ad un’ospitalità di buon livello e, non da ultimo, ad un indotto locale. Ora tutto questo sta scomparendo, e con esso la tutela idrogeologica del territorio.

Esistono ancora, oggi, delle possibilità per investire in immobili rurali con un vantaggio economico? La risposta è si. Anzi, per amor di precisione la risposta è: si, però..

Però.. nel senso che esistono a condizione di conoscere con chiarezza i propri obiettivi; esistono nella consapevolezza che un recupero estetico e funzionale non sarà né breve né low-cost; esistono a condizione di non aspettarsi chissà quali ritorni economici almeno per qualche anno. Esistono, infine, qualora si voglia acquisire la proprietà per trasformarla in abitazione coresidenziale sostenuta dal desidero profondo di condivisione e recupero della socialità.

Pertanto, è tuttora possibile fare buoni affari, vale a dire accedere ad opportunità immesse sul mercato del contenzioso trattando il costo a saldo e stralcio con l’ente creditore e supportando il tutto con un progetto che preveda soluzioni di recupero improntate ad un’ecosostenibilità basata su materiali poveri, connotati al territorio, ed a fonti energetiche rinnovabili.

Le vere fonti energetiche rinnovabili, economiche e non invasive sono tre: acqua, sole, vento. I materiali poveri sono argilla, pietra, legno, paglia, calce, pozzolana, pigmenti naturali. Ammettendo l’inevitabile utilizzo minimo indispensabile di ferro e ferramenta, materiale elettrico e sanitario, vetro, con un sapiente mix di tali ingredienti si possono realizzare case antisismiche, termocoibenti, gradevoli, prive di emissioni nocive, piacevolmente inserite nella natura e ad impatto energetico zero.

Le opportunità, in questo senso, possono addirittura trovarsi nei centri urbani dove sempre più numerosi sono gli edifici dismessi, già utilizzati da imprese artigiane e di industria leggera, oppure cascine dismesse il cui recupero è però estremamente oneroso e sottoposto a molteplici vincoli. Ma, mi sia permessa un’opinione, è molto più agevole e vantaggioso in termini non solo economici ma anche di qualità della vita, specie se proiettata allo scenario futuro che non vedrà certamente gli agglomerati urbani come isole felici, rivolgere le proprie attenzioni a soluzioni non cittadine.

Ing. Alberto C. Steiner

Per maggiore informazioni, visitate il sito KryptosLife (www.kryptoslife.com)

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investimenti lungo periodo

Partire dall’evoluzione delle generazioni per definire i trend di investimento dei prossimi anni

Per decenni gli italiani hanno maledetto e denigrato una categoria professionale, quella dei notai, considerata la supercasta per eccellenza, quella che guadagnava oltremisura grazie al suo mero status istituzionale: per anni hanno sognato che qualche governo mettesse mano finalmente al protezionsimo di cui hanno sempre goduto.
Ci ha provato anche in un primo tempo persino il Governo Monti proponendo l’obbligo del preventivo scritto ma ha dovuto far marcia indietro viste le pressioni ricevute dalla loro lobby. Ci ha pensato allora la mano invisibile del mercato a ridimensionare il loro tenore reddituale e portare equità sociale. La crisi infinita innescata verso la fine del 2008 ha impattato pesantemente nel corso degli anni successivi sul mercato immobiliare dei paesi occidentali, Italia compresa, producendo una contrazione rilevante nel volume delle compravendite sia sul piano quantitativo che qualitativo.
Chi ci ha perso più di tutti, sul piano reddituale, sono stati proprio i notai che hanno visto crollare in pochi anni il numero di rogiti e mutui immobiliari, che hanno sempre rappresentato l’attività professionale con il maggior valore aggiunto. Per la prima volta dal dopoguerra tantissimi studi notarili devono chiedere la cassa integrazione per i loro dipendenti: della serie neanche il notaio è oggi una professione più sicura e confortante almeno sul piano economico.
Molti lettori continuano a scrivermi che adesso secondo loro è il momento di acquistare casa, che il mercato immobiliare si dovrà riprendere e che dopo ogni discesa ci aspetta una vigorosa risalita. Mi pare di capire che nel nuovo millennio esistono cinquantenni e sessantenni che credono ancora alle favole. Per comprendere il futuro outlook del mercato immobiliare italiano ed europeo è fondamentale analizzare l’evoluzione della consistenza demografica di Europa & Company.
Può a tal punto aiutarci per addentrarci nell’argomento il termine di baby boomer ovvero il termine usato per identificare chi è nato tra il 1946 ed il 1963 (fine della Seconda Guerra Mondiale ed inizio di quella Fredda), un periodo storico irripetibile in Occidente che fu caratterizzato da un rilevante aumento demografico che alimentò negli anni successivi la crescita economica grazie ad una consistente domanda di beni di consumo. La generazione dei baby boomers è stata seguita dalla X-Generation, tutti quelli nati tra il 1964 ed il 1979, periodo storico contraddistinto da una riduzione delle nascite e da una elevata perdita di identità sociale (pensiamo solo ai vari movimenti culturali e musicali di protesta durante questa finestra temporale). Chi scrive appartiene alla X-Generation, una generazione tuttavia molto intraprendente e creativa che non ha mai potuto più di tanto affrancarsi e dialogare con quella dei baby boomers per ragioni di conflittualità ideologica.
Chi invece è nato nell’ultimo decennio del precedente secolo quindi tra il 1980 ed il 2000 fa parte della Y-Generation chiamata anche la generazione degli Echo Boomers o MTV Generation, la prima a poter crescere senza la paura di una guerra mondiale e con un’educazione molto accondiscendente a seguito delle profonde trasformazioni sociali nel frattempo avvenute. Chi è nato nel primo decennio del nuovo millennio fa parte invece della Baby Losers Generation, una generazione per adesso di adolescenti con un futuro economico ed una aspettativa di reddito veramente poco confortanti.
Sono i figli che staranno peggio dei padri, i cloni replicanti del turbocapitalismo, vittime del plagio delle corporazioni multinazionali e succubi dei loghi commerciali. I baby losers e gli echo boomers sono stati anche battezzati come i Ninja Boys, dall’inglese not income, not job and assets: letteralmente persone prive di reddito, lavoro e patrimonio.  Entro il 2050 la popolazione mondiale dovrebbe attestarsi (purtroppo) in prossimità ai nove miliardi di esseri umani grazie a paesi che saranno generatori di nuove nascite (come gli emerging markets) e grazie all’aumento dell’aspettativa di vita in forza dei contributi dati dalla ricerca medica e al miglioramento del tenore alimentare nei paesi in via di sviluppo.

La fase della terza età non rappresenterà più la parte più corta nell’arco della propria esistenza ma diventerà la parte più importante. Diventerà basilare pertanto poter fare affidamento ad un patrimonio personale in grado di garantire una vita decorosa a fronte degli inesorabili processi di ridimensionamento dello stato sociale. I mercati finanziari ed il mercato immobiliare potrebbero per questo essere minacciati nel lungo termine proprio a causa di quelle generazioni che hanno potuto accumulare risparmio e ricchezza negli anni precedenti, le quali saranno comunque obbligate a reperire risorse finanziarie accessorie per il proprio sostentamento.

Questo dovrebbe inondare ed ingolfare il mercato con una quantità di assets sia tangibili che non tangibili piuttosto elevata. Ad esempio, proprio i baby boomers, in prossimità dell’età pensionistica dovrebbero iniziare a smobilizzare gran parte dei loro investimenti con il fine di sostenere il resto della propria vita, sempre più lunga e sempre più agiata. Stiamo parlando tanto di patrimonio immobiliare quanto finanziario, che dovrà essere riversato sul mercato con la speranza che quest’ultimo sia in grado di assorbirlo. In questa circostanza dobbiamo considerare che la domanda sarà prevalentemente composta da soggetti appartenenti alla Y-Generation ed alla MTV Generation, le quali non godranno per definizione ed in senso generico di un’aspettativa di consistenza patrimoniale e reddituale di entità rilevante.

 

Autore: Eugenio Benetazzo Da: eugeniobenetazzo.com