Le banche inglesi a rischio sistemico

Il governo britannico ha dimostrato preoccupazione per le sorti dell’industria finanziaria, il suo campione nazionale, minacciato dal rischio di nuove crisi sistemiche ma anche dall’impatto delle nuove regole sugli obblighi di coefficienti patrimoniali, meglio conosciuti con il nome tecnico di Basilea 3.

A questo scopo ha dato vita ad un nuovo organismo, il Financial Policy Committee (FPC), che agisce nell’alveo del mandato al mantenimento della stabilità finanziaria della Banca d’Inghilterra. Obiettivo ufficiale del FPC è “identificare, monitorare, e prendere provvedimenti per eliminare o ridurre i rischi sistemici con particolare attenzione alla protezione e all’incremento della resilienza del sistema finanziario del Regno Unito”.

Il FPC, che non avrà veri poteri fino all’approvazione della riforma sulla finanza che dovrebbe essere approvata il prossimo anno, è presieduto dal Governatore della Banca d’Inghilterra ed è composto da dirigenti di alto rango della Banca d’Inghilterra e della FSA (Financial Services Authority, la CONSOB locale) oltre che da quattro membri esterni.

Da febbraio, in ogni caso, sono insediati gli undici membri del Comitato pro tempore, mentre i resoconti dei loro meeting sono disponibili online sul sito della Bank of England. Uno di questi è Robert Jenkins, ex manager della F&C Asset Management, il quale, alla vigilia di un incontro programmato del FPC sul tema della stabilità finanziaria e sugli indirizzi politici per conseguirla, ha rilasciato una serie di dichiarazioni che hanno fatto sobbalzare sulla sedia molti pezzi grossi della City.

Da persona senza peli sulla lingua, quale egli é, Jenkins ha se l’è presa con i banchieri che guardano a possibili interventi regolamentari come bambini (viziati) e piagnucolosi, cui sta per essere tolto il giocattolo preferito.

La loro lobby dapprima ha sostenuto che non c’era alcun bisogno di riforme; con l’esplosione di Lehman e il conseguente terremoto hanno finalmente compreso che un cambio di marcia (anche formale) era inevitabile. Ma a quel punto hanno cominciato a sostenere che, per essere efficaci, le riforme dovrebbero essere attuate a livello globale.

Intanto hanno guadagnato tempo, dato che alle banche del Regno è stato concesso di poter attendere fino al 2019 per mettersi in regola con le disposizioni sulla solidità patrimoniale stabilite da Basilea. Quando gli stessi mercati hanno fatto capire che i tempi erano troppo dilatati e che il rafforzamento patrimoniale deve avvenire in tempi assai più celeri, la loro risposta è stata: “Poiché non possiamo fare aumenti di capitale, perché non vi sono investitori, finiremo per ridurre la leva”.

Il che significa che presteranno di meno. E la colpa, guarda caso, non è loro, delle banche, ma del regolatore. “In breve” ha continuato Jenkins, “la tattica di lobby è convincere gli opinionisti, l’opinione pubblica e i politici che un eccesso di prudenza in questo momento potrebbe produrre danni all’economia.

Questa barzelletta non fa più ridere. Si tratta di una strategia non solo disonesta dal punto di vista intellettuale, ma anche dannosa”. Jenkins, che secondo il Guardian sta facendo di tutto per accreditarsi come paladino della virtù bancaria (perduta), è un fiume in piena.

Smonta pezzo per pezzo tutta la mitologia costruita dalle banche come un argine invalicabile ad ogni tentativo di riforma che suoni anche lontanamente vicino ad una responsabilizzazione del settore: “La verità è che le banche hanno molti modi per rafforzare i loro bilanci senza fare danni all’economia. Per esempio, tagliando i bonus, evitando di prendersi rischi incrociati su settori diversi [tasso contro cambio contro credito eccetera… ndr], ricorrendo al debito a durata predeterminata e perfino al capitale di rischio.

Perché, se gli investitori sono poco inclini ad entrare nel capitale delle banche, si può sempre convincerli pagandoli di più. Il capitale c’è: solo che purtroppo si dovrà pagarlo di più e tirare un po’ (ma solo un po’) la cinghia. Jenkins ha concluso con una lapidaria descrizione di come si è evoluto nel tempo il “mestiere” del banchiere: “Una professione basata sull’integrità e la prudenza oggi appoggia una strategia di lobby che sfrutta la mistificazione e la paura”.

Ma per fortuna, secondo Jenkins, “non tutti i banchieri appoggiano questo stile. Dovrebbero distinguersi dagli altri e prenderne le distanze.” Chissà se quest’ultima parte del ragionamento troverà orecchi attenti e ricettivi.

Articolo ripreso da altrenotizie.org