Le liberalizzazioni in Italia una vera patata bollente per il governo Monti

Egregio professor Monti,

Lei ha compreso un fatto fondamentale sul nostro paese: gli italiani sono diventati comunisti. Non nel senso storico, ma in quello sociale: credono (a ragione) che da troppi anni il reddito in Italia sia distribuito male. Ciò riguarda tutti i settori: finanza, immobiliare, fondi pubblici, imprenditoria e monopoli privatizzati.

Dopo l’invasione degli “oligarchi italiani” degli anni Novanta, con gli assassinii industriali di Olivetti, Montedison, Telecom e i gioielli dell’IRI, i cittadini hanno atteso con pazienza che si realizzasse finalmente la promessa dell’economia aperta, così come si è sviluppata per almeno quindici anni nei paesi anglosassoni. Tutto ciò non è avvenuto: negli ultimi dieci anni non siamo cresciuti, e le disparità di reddito sono aumentate.

La rabbia è tanta. A questo punto, le reazioni politiche possibili erano principalmente due. La prima era quella di andare all’assalto delle posizioni di monopolio e dei corporativismi. La Politica come guida e rappresentanza della società poteva imporre una struttura che facesse emergere meglio i talenti. La seconda strada era quella di cavalcare l’onda social-comunista, e imporre nuove tasse.

Immagino lei abbia fatto un calcolo. La difficoltà dell’assalto ai corporativismi sarebbe stata una battaglia difficilissima. Imporre nuove tasse, invece, è un placido sentiero in discesa. La gente è contenta: basta osservare la distribuzione del reddito. “Quelli là” hanno rubato soldi a tutti: con le nuove tasse, finalmente ci sarà maggior ricchezza per tutti. Molti segnali indicavano che il sentiero delle tasse era da preferire, non ultimo il referendum sull’acqua, enorme occasione garantita ai comuni per riempire le municipalizzate di efficientissimi amici di amici.

Allora, egregio Professore, vada pure per le tasse. Milioni di persone che sopravvivono col reddito medio saranno dalla sua parte. In fondo, abbiamo perso fiducia nel “mercato” e nelle sue capacità di distribuire il reddito. Poco importa che nelle aziende pubbliche italiane la differenza di reddito tra amministratori e impiegati sia più alta rispetto alle private; e poco importa che il sistema italiano non è proprio di “mercato”, visto che abbiamo avuto sempre tasse molto alte rispetto agli altri paesi OCSE. Gli italiani credono che il nostro apparato statale, tra i meno produttivi tra i paesi industrializzati, offra maggiori garanzie sociali dell’iniziativa privata.

Mi permetto però di aggiungere: cerchiamo di non esagerare. Gli italiani credono che alzando le tasse ci sarà più benessere per tutti, ma per cortesia, cerchi di non approfittarne.

Prima di tutto, non dia la colpa all’Europa se le tasse aumentano. Le tasse aumentano perché in Italia non ci sono condizioni sociali e politiche per attuare riforme vere, che consentano di liberare l’enorme iniziativa dei nostri imprenditori medio-piccoli. Se le tasse aumentano è per colpa dell’Italia.Trovo avvilente l’ultima trovata della patrimoniale dello 0,76% sugli immobili posseduti all’estero. È una tassa altissima. Chi compra case per riciclare soldi o per evadere le tasse, in genere lo fa con un sistema di scatole finanziarie (Olanda-Antille Olandesi, etc.) che sono immuni alla Sua trovata. Colpisce chi le tasse le ha già pagate: corrisponderà le tasse all’estero, oltre a un “richiamino” in Italia. Se un belga vuole investire in immobiliare in Italia, non paga alcuna patrimoniale in Belgio, mentre se un italiano vuole investire in Belgio, paga una patrimoniale in Italia – oltre alle tasse del Belgio. Perché?

A seguire, per cortesia, la prego di non iniziare una serie di “liberalizzazioni dei poveracci”. Personalmente odio il corporativismo dei tassisti, in particolare della cooperativa di Ciampino (Roma), che all’aeroporto inventa sempre nuove idee per interpretare liberamente i tariffari. Ma prima di agire sui tassisti, sarebbe il caso di interessarsi di banche, assicurazioni, avvocati, notai, settore energetico in generale. Proprio su quest’ultimo punto propongo un esempio: i tassisti non hanno sconti sulla benzina, che è la più cara d’Europa. Non sarebbe il caso di abbassare prima il prezzo della benzina, e poi attaccare i tassisti? Gli italiani sono populisti (e quale popolo non lo è?), ma non sia così cinico da illuderli che la liberalizzazione dei taxi salverà il paese.

Se vuole fare le liberalizzazioni, e spero davvero che questa sia intenzione, vada avanti con il rafforzamento del sistema dei controlli. Il problema è che rischiamo di fare la fine della Russia degli anni Novanta: non c’è una soldo, siamo fortemente indebitati, e se lo stato venderà qualcosa lo potrà fare alle uniche organizzazioni che hanno necessità di investire liquidità, e che pagano poche tasse. Se sta pensando a simpatici gruppi di “imprenditori indipendenti” originari della Campania e della Calabria, ha avuto la mia stessa idea. Abbiamo tasse assurdamente alte e gente che le evade: l’Italia schiaccia i talenti onesti e premia i criminali. Se aprirà il sistema adesso, arriverà il disastro.

Egregio Professore, avevo enorme fiducia in Lei e nella sua capacità di aprire il sistema. Vivo a Berlino: ogni mese arrivano frotte di italiani che cercano lavoro. È umiliante: non hanno casa, non hanno soldi, e spesso hanno una formazione. E’ la borghesia impoverita, che si rende conto della propria condizione, e non può far nulla per migliorarla. Dalla valigia di cartone al pezzo di carta la differenza è ormai poca: siamo i nuovi poveri d’Europa, ancora una volta dopo le grandi emigrazioni del Novecento. Molti di quelli che partono ritengono che in italia sia in atto una rivoluzione delle tasse, da cui isogna fuggirne come dalla Russia del 1917.

Perché, in fondo, è la legittimazione popolare che consente di alzare le tasse. In Italia la maggior parte del reddito va allo stato, e l’élite politica è perlopiù formata da cialtroni senza dignità, venduti più ai potenti, che al potere. Esiste un sistema di riscossione delle imposte che si pone in posizione superiore rispetto al cittadino: bisogna pagare per i ricorsi, ed è consentita la tortura psicologica a mezzo sequestro coattivo sproporzionato. Moralmente, lo stato italiano non è migliore di una dittatura.

Egregio professor Monti, sarò sincero: a volte penso che non ci sia più gusto a essere italiani. Se le scrivo questa lettera è perché ancora ci credo, ma ormai il nome “Italia” è associato a un sistema di vessazione e sfruttamento dei cittadini, a beneficio di intoccabili caste politiche e di latifondo industriale. Che abbiamo fatto per meritare questo?

 

Testo lettera ripreso da linkiesta.it