Meglio non investire su Facebook per il momento

Non proprio una bella pubblicità per il social network più diffuso al mondo. Dai documenti della Sec, la Consob americana, è emerso ieri che Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, ha incassato 7,44 milioni di dollari (5,7 milioni di euro, ndr) vendendo mercoledì scorso circa 353mila azioni della società fondata da Marc Zuckerberg.

Per carità, la Sandberg detiene ancora 20 milioni di azioni custodite in un trust, ma la mossa è significativa. Anche perché è seguita a quella del capo dell’ufficio legale Theodore Ullyot e del capo della finanza David Spillane.

Ovvero la prima linea del management, che aveva fretta di passare all’incasso. Il fondatore Zuckerberg rimane dunque sempre più solo, visto che ha promesso di non vendere le azioni fino a settembre 2013. In tutti i casi si tratta di operazioni concordate, ma poco importa: sono state effettuate nella prima finestra utile (31 ottobre) prevista dal contratto di lock-up stipulato con il management, a cinque mesi dalla quotazione, il 20 maggio scorso. Il quale sarebbe dovuto scadere il 15 ottobre e coinvolgere 234 milioni di azioni, ma è stato ritardato di qualche giorno complice la chiusura di Wall Street in seguito all’uragano Sandy.

È la seconda tranche di titoli di cui i dipendenti si possono “liberare” dopo le 271 milioni di azioni sbloccate lo scorso 16 agosto, ma limitate agli investitori “early stage”, cioè i fondi di private equity che per primi hanno creduto nel progetto del genio della Harvard University. Gli altri tre periodi riguarderanno 777 milioni di azioni il prossimo 14 novembre – incluse quelle di Zuckerberg, il quale, come detto, non sfrutterà l’occasione – altri 156 milioni il 14 dicembre, e ancora 47 milioni il 18 maggio 2013, in quest’ultimo caso di proprietà dei russi di Mail.ru e di Dst Global, entambi investitori di lungo corso nella web company di Menlo Park, California.

Secondo i calcoli dell’Associated Press, saranno immesse sul mercato 1,5 miliardi di nuove azioni, volte e mezzo i 421 milioni di pezzi che sono passati di mano dal giorno dell’Ipo.
La più grande quotazione della storia di Wall Street – 100 miliardi di dollari – si sta rivelando dunque un flop. Dai 38 dollari dell’esordio, ieri il titolo ha chiuso le contrattazioni a quota 21,18 dollari (-0,14%) con un volume di soli 38,3 milioni di pezzi scambiati. In altri termini, ha lasciato sul terreno il 42,6 per cento, mentre il Nasdaq – il listino dei titoli tecnologici americani – è passato nello stesso lasso di tempo da 2.704 a 2.656 punti. Facebook si sta avvicinando alla soglia dei 20 dollari per azione, che per alcuni operatori, come l’hedge fund specializzato in web company Ironfire Capital, è il valore al quale la società comincia a diventare un investimento interessante.

D’altronde i risultati dell’ultima trimestrale, diffusi il 23 ottobre, evidenziano una perdita di 57 milioni di dollari, in miglioramento rispetto ai 157 del secondo trimestre (con i principi contabili GAAP, ndr), utenti in crescita da 995 milioni al mese del periodo marzo-giugno al miliardo di giugno-settembre (di cui mezzo milione attivi su base giornaliera e oltre la metà, 604 milioni, via smartphone), ricavi complessivi in aumento – da 1,18 miliardi del secondo trimestre a 1,62 miliardi di dollari del terzo – ma un guadagno per ogni profilo (Average revenue per user, ndr) sostanzialmente stabile a quota 1,29 dollari. Troppo poco, considerando che nei giorni precedenti allo sbarco in Borsa la valorizzazione di ogni iscritto si aggirava a quota 100 dollari.

Il crollo delle azioni il giorno del debutto – oggetto peraltro di un’indagine da parte del Senato Usa – è stato analizzato tre giorni fa dalla Fed di New York. Secondo gli autori Thomas Eisenbach, David Lucca e Karen Shen, che hanno analizzato la dinamica della domanda e dell’offerta dei titoli correlandola con l’andamento dei volumi nell’arco della giornata, sono giunti alla seguente conclusione: «Considerando che i sottoscrittori (le banche del consorzio di collocamento, cioè Morgan Stanley, Goldman Sachs, JP Morgan, Citigroup e Bank of America Merrill Lynch, ndr) hanno acquistato le azioni al prezzo di 40 dollari (circa 34 milioni di pezzi), abbiamo calcolato che hanno speso complessivamente circa 66 milioni di dollari per mantenerlo a quel livello, cioè il 40% della loro remunerazione (come advisor, ndr)» piuttosto che coprire le posizioni ribassiste con altri titoli al di sotto della soglia dei 40 dollari. Morale? «Le preoccupazioni sulla propria reputazione e il senso del dovere nei confronti della società potrebbero aver avuto un peso maggiore del profitto sul breve termine».

Intanto, il segretario di Stato del Massachussett, William Galvin, che aveva emesso un mandato di comparizione nei confronti di Morgan Stanley – capofila del consorzio che a pochi giorni dall’Ipo aveva emesso un report in cui abbassava le stime sui ricavi per il 2012 – la scorsa settimana ha trovato un accordo con Citigroup del valore di 2 milioni di dollari dopo che un giovane analista del team di Mark Mahaney, uno dei più noti analisti tecnologici degli Usa, ha condiviso con il sito Techcrunch alcune considerazioni contenute in un report riservato a pochi giorni dalla quotazione. Mossa che è costata il posto a Mahaney, licenziato la scorsa settimana. Mentre la battaglia legale continua senza esclusione di colpi, il management passa all’incasso. Un pessimo segnale per il signor Zuckerberg.

 

Articolo ripreso dal sito linkiesta.it