Ricapitalizzare le banche italiane e’ un investimento disperato

L’Eba, European Banking Authority, ha pubblicato le raccomandazioni e i risultati finali del piano di ricapitalizzazione delle banche europee.

L’autorithy europea, guidata dall’italiano Andrea Enria, valuta in 114,7 miliardi di euro il fabbisogno di capitale degli istituti di credito del vecchio continente, in crescita di 8 miliardi rispetto alle ultime valutazioni – risalenti appena ad ottobre – fatte dallo stesso istituto.

Le nuove patrimonializzazione servono al credito europee per rispettare i requisiti di patrimonio considerati “sicuri” e per “restituire stabilità e fiducia nei mercati”, dice l’Eba, che dà anche una scadenza: entro il 20 di gennaio i 31 istituti di credito che non hanno passato lo stress test (su 70 esaminati) dovranno presentare adeguati piani di ricapitalizzazione.

In termini assoluti, il bisogno del sistema creditizio italiano calcolato dall’Eba è il secondo d’Europa, dopo quello spagnolo. Ai nostri istituti di credito servono 15,4 miliardi, e tra i principali solo Intesa Sanpaolo non avrebbe bisogno  di capitale. A guidare la spiacevole classifica delle banche da ricapitalizzare c’è Unicredit cui “mancherebbero” 7,97 miliardi, seguita da Mps, con 3,27. Tra i primi istituti del paese, il Banco Popolare ha bisogno di 2,7 miliardi, mentre ad Ubi banca servirebbero 1,4 miiardi di euro.

Tantissimi soldi, insomma, per istituti che hanno già operato aumenti di capitale di recente e i cui grandi azionisti – le fondazioni – sono più o meno apertamente incapaci di garantire nuovi capitali. Si pensi solo al caso, emblematico ed estremo, della Fondazione Monte Paschi di Siena, e poi a valle a tutte le fondazioni italiane che dovrebbero – è il caso di Unicredit – addossarsi un esborso davvero notevole. Troppo.

Tanto è difficile pensare a un piano di ricapitalizzazione così oneroso in tempi così brevi che, dalle banche, non è mancata una pronta reazione al diktat dell’autorità continentale. Per primo si è fatto sentire il Banco Popolare, nato dal matrimonio di necessità consumato tra Lodi e la Popolare di Verona. L’istituto ha sottolineato che  «che i diversi metodi di ponderazione degli attivi adottati nei diversi Paesi rendono non confrontabili le situazioni patrimoniali delle diverse banche attraverso un unico indicatore sintetico (il Core Tier 1), generando esiti in cui può apparire raccomandabile un rafforzamento di capitale di fatto non necessario».

Banca Monte dei Paschi di Siena invece «rimarca il fatto che la decisione di ipotizzare il conseguimento di un Core Tier 1 ratio del 9% entro giugno 2012 non appare appropriata per banche che svolgono quasi esclusivamente attività di credito a servizio delle famiglie e delle imprese e i cui rischi finanziari sono legati sostanzialmente all’esposizione verso titoli governativi italiani»

La linea che denuncia un trattamento diverso per i diversi paesi europei, è stata poi fatta propria dall’Abi, che ha scritto i suoi punti critici all’Eba stessa, in una tempestiva lettera. Chissà se ha influito il fatto che, alla guida della Associazione che raccoglie tutte le banche italiane, ci sia proprio Giuseppe Mussari, a capo di quella Mps che dagli stress test di oggi è uscita – ancora una volta – con le ossa rotte. Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha prudentemente invitato le banche italiane a raggiungere gli obiettivi dismettendo asset non strategici.

Agli osservatori più attenti non sfugge che, arrivati a questo punto, la partita che si gioca ha un sapore antico: è quella della “italianità” delle banche. Infatti, se i requisiti di capitale e patrimonio non dovessero essere diversamente rispettabili, non è difficile pensare che per i nostri istituti di credito sarebbe inevitabile finire tra braccia straniere. Unicredit è già bilingue da quando ha incorporato Hvb: e proprio in Germania potrebbero stare i suoi conquistatori. Alla chiusura di Borsa di oggi – dopo un tonfo del 7,2% – vale meno di 16 miliardi.

Gli 8 miliardi che l’Eba chiede di mettere nelle casse di Unicredit vale dunque oltre il 30% del capitale totale futuro. Valutando che azionisti importanti parlano tedesco – come Allianz -, non è difficile immaginare che proprio da Berlino e da Monaco possa arrivare la “salvezza” che comporterebbe, naturalmente, la perdità del controllo oggi frazionato nella selva di Fondazioni che da Verona a Torino decidono i destini di Unicredito.

Per Mps, se si dovesse guardare all’estero per cercare quei 3, 27 miliardi, viene naturale pensare alla francese Axa, partner assicurativo di Siena e dei suoi azionisti. Ma per la banca toscana non si può escludere anche una soluzione domestica. Ad esempio la Cassa Depositi e Presititi potrebbe essere interessata ad esercitare la sua funzione di “Banca di sistema” per tenere almeno uno dei due big del credito, aprendo la via italiana alle nazionalizzazioni.

Il futuro dirà dove vanno le banche italiane.

 

Articolo ripreso da linkiesta.it