Scoraggiare il contante significa danneggiare l’economia e gli investimenti

Io sono un delinquente, uno spacciatore, un evasore. Almeno secondo Milena Gabanelli per la quale “solo queste tre categorie umane non possono fare a meno del contante”. Sarò disumano ma a me non è mai piaciuto andare in giro con pochi spiccioli in tasca, perché può sempre capitare un imprevisto per cui è necessario avere del denaro sonante (“la fresca” come si dice al tavolo del poker) a portata di mano.

La Gabanelli riprende sul Corriere (22/8) una sua vecchia, proposta per togliere di mezzo il contagio che, a suo dire, è il principale strumento dell’evasione: una tassa del 33% su ogni prelievo e deposito in banca che vada oltre, complessivamente, i 150 euro al mese. In pratica uno non potrebbe spendere in contanti, mediamente, più di 5 euro al giorno (potrebbe acquistare tre o quattro quotidiani o un paio di riviste ma rinunciando al gelato).

Il professor Francesco Lippi, docente di Economia all’università di Sassari, in una nota per il governatore Visco si è occupato anche della Gabanelli sottolineando che la sua proposta comporterebbe un aumento di costi e di burocrazia per le banche, le imprese, le famiglie, oltre ad altre incongruità, invitando, poco galantemente, la giornalista a “non occuparsi di macroeconomia perché non ne capisce nulla”.

Io aggiungo che la misura colpirebbe forse i piccoli evasori, non certo i grandi. Dubito che Marcello dell’Utri per spostare undici milioni a Santo Domingo li abbia portati oltrefrontiera mettendo bigliettoni da 500 euro in sia pur capaci valigette.

Ma la questione non è nemmeno questa. Lo Stato moderno nasce essenzialmente con due funzioni: garantire la sicurezza dei cittadini e battere moneta. Con la proposta Gabanelli questa seconda funzione verrebbe delegata alle banche, che sono delle imprese private, perché i pagamenti non potrebbero avvenire che non assegni, carte di credito, bancomat, bonifici, che sono tutti titoli di credito (cioè denaro) bancari.

E il cittadino non potrebbe neanche mettere al sicuro i propri sudati risparmi, onestamente guadagnati, sotto l’albero del suo giardino, come molti han fatto in questo periodo in cui gli Istituti di credito sono dati, un giorno si e uno no, sull’orlo del tracollo.

I nostri soldi sarebbero prigionieri delle banche ancor più di quanto lo siano ora.

Sulla sponda opposta sta Piero Ostellino che, in nome di un individualismo libertarian, fa piazza pulita del diritto penale. Sul Foglio (21/8) Ostellino critica duramente Mario Monti per aver affermato che certe iniziative molto “visibili” prese dal suo governo in materia di repressione fiscale (ispezioni a Cortina, a Capri, eccetera) “hanno un forte effetto preventivo nei confronti degli altri cittadini”. Ostellino vi vede “una inaccettabile violazione della libertà e dei diritti individuali del cittadino” e una deriva verso lo Stato totalitario perché “lo Stato ha il compito di perseguire i reati – compreso quello di evasione fiscale – non quello di produrre “un effetto preventivo” sugli altri cittadini come fanno le tecnograzie”.

Ostellino dovrebbe riprendere in mano qualche manuale universitario di diritto penale. Scrive Francesco Antolisei che la pena non ha solo la funzione di punire il responsabile di un reato, ma anche di agire come “controspinta alla spinta criminosa”, cioè di dissuadere altri dal commettere lo stesso reato. Monti ha detto quindi una cosa elementare, che fa parte in pieno del diritto occidentale e non ha nulla a che vedere col totalitarismo e, tantomeno, con le teocrazie.

 

Articolo ripreso dal blogforextradingfinanza.net