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La Cina pronta ad investire in Europa se fosse necessario a stabilizzare l’economia

Malgrado le ripetute assicurazioni da parte dei leader dell’Unione europea, dopo oltre due anni, non si vede ancora la luce alla fine del tunnel della crisi del debito europeo. Recentemente, il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, facendo riferimento a una possibile uscita della Grecia dall’Eurozona, ha fatto sapere al Parlamento europeo che non c’è alcun “Piano B.”

L’affermazione di Barroso voleva essere rassicurante. Ma, dopo così tante delusioni, la Cina non può prendere sul serio le promesse fatte dai politici europei, che per primi non sanno se riusciranno a mantenerle. La Cina dovrebbe avere il proprio Piano B nel caso in cui la Grecia sia costretta a lasciare l’Eurozona.

È sempre più probabile che la Grecia si sottragga ai propri obblighi di salvataggio. Se ciò accadesse e la “Troika” (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) tagliasse gli aiuti finanziari, l’uscita della Grecia dall’euro diverrebbe quasi inevitabile. In questo caso, la Cina dovrà essere preparata a qualsiasi conseguente crisi finanziaria globale e alle eventuali ricadute nel lungo periodo.

Tanto per iniziare, le autorità cinesi non dovrebbero illudersi di essere immuni al contagio finanziario. Una “Grexit” (in gergo l’uscita della Grecia dall’euro) colpirebbe le banche europee che detengono titoli di Stato dei Paesi periferici dell’Eurozona. Le onde d’urto derivanti dal deleveraging si diffonderebbero, a loro volta, ai mercati emergenti come la Cina.

Sebbene l’esposizione delle banche e delle istituzioni finanziarie cinesi rispetto agli asset sovrani e bancari dell’Eurozona sia trascurabilela fuga di capitali post-Grexit dai mercati a rischio potrebbe uguagliare, o addirittura sorpassare, quella avvenuta nelle settimane successive al collasso della Lehman Brothers nel settembre del 2008. Rispetto al 2007 e al 2008, i titoli detenuti dagli investitori esteri nei mercati emergenti sono di gran lunga superiori, considerata la relativa forza economica di questi Paesi negli ultimi anni e i rendimenti minimi sugli asset finanziari dei mercati sviluppati.

La Cina ha già vissuto l’impatto del deleveraging alla fine dello scorso anno, quando il sistema finanziario europeo sembrava sull’orlo del collasso. Con le banche europee in ginocchio, il tasso di cambio del renminbi scese per 11 giorni consecutivi, anche se la Cina incorreva in un surplus di parte corrente.

La performance delle valute dei mercati emergenti e di altri asset suggerisce, per questo secondo trimestre, un nuovo riavvio del deleveraging. I deludenti dati di crescita del primo trimestre hanno già indotto gli investitori esteri a riconsiderare l’idea di mantenere il denaro in CinaUna Grexit sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso e porterebbe sicuramente le stringenti condizioni monetarie domestiche a un punto molto precario del ciclo economico.

Non potrebbe quindi essere momento peggiore per lanciare l’idea di accelerare una liberalizzazione dei conti capitale. La Peoples’ Bank of China (PBoC) e altre istituzioni rilevanti dovrebbero invece considerare i controlli sui capitali, le sospensioni del mercato e la fornitura di liquidità di emergenza.

Queste misure non sono diverse da quelle che perseguirà l’Eurozona in caso di uscita della Grecia. Idealmente la risposta sarebbe coordinata dai partner internazionali della Cina nel G20. Le condizioni per una cooperazione di questo genere sono notevolmente migliorate dal 2008 e la Cina non deve esimersi dallo schierarsi.

La Cina deve altresì prevedere un piano di medio termine per affrontare le ricadute economiche di un’uscita della Grecia dall’euro. Qualora il contagio si rivelasse circoscritto, con l’unico caso della Grecia, la flessione della produzione nell’Eurozona sarebbe notevole, ma non catastrofica. Ciò nonostante, l’Ue è il partner commerciale più importante della Cina e il Dragone deve essere preparato alle gravi perdite di posti di lavoro nel settore dell’export.

L’esperienza del Giappone indica come una recessione conseguente a una crisi finanziaria possa essere estremamente prolungata, dal momento che il deleveraging è un processo lungo. Con tutta probabilità l’odierna recessione si trascinerà per molti anni sia in America che nell’Ue. Il governo cinese deve quindi dotarsi di un piano a medio e lungo termine per affrontare i problemi causati da una prolungata crisi globale.

Tra questi un’impennata della disoccupazione e la necessità di riallocare le risorse finanziarie in quegli individui, la cui ricchezza è cruciale per preservare la stabilità sociale. Fatto ancora più importante, il governo cinese non dovrebbe tirarsi indietro dall’implementare le riforme strutturali finalizzate a spostare il modello di crescita cinese verso un modello maggiormente incentrato sulla domanda interna.

Inoltre, gli afflussi di capitale estero netto con buona probabilità scemeranno almeno per alcuni trimestri, influendo sulle condizioni monetarie domestiche mentre la domanda aggregata resterà debole. Di conseguenza, la PBoC dovrà mantenere politiche anti-cicliche allo scopo di evitare una spirale deflazionistica.

Pur trattandosi di una questione alquanto controversa, soprattutto nell’anno delle elezioni americane, bisognerebbe, all’occorrenza, concedere al renminbi abbastanza flessibilità in entrambe le direzioni. Uno dei maggiori fallimenti della periferia europea è la perdita di competitività, nascosta da un muro di credito finanziato dal bilancio tedesco. Questa situazione è sempre insostenibile. Qualsiasi allentamento da parte della PBoC non dovrebbe essere utilizzato per evitare dolorose riforme strutturali.

Infine, la Cina dovrebbe essere pronta a tendere una mano. Per assicurarsi che l’integrità dell’Eurozona nel post-Grexit non affronti ulteriori minacce immediate, la Cina deve unirsi ai partner internazionali per creare un firewall credibile, attraverso il Fmi. Tuttavia, l’Eurozona, e la Germania in particolare, devono riconoscere appieno le cause fondamentali dell’uscita della Grecia e promettere di muoversi in direzione di un’unione fiscale, ammettendo al contempo che un approccio orientato solo all’austerity nei confronti degli altri Stati membri a rischio rappresenti solo un vicolo cieco.

Un firewall adeguato e un impegno da parte dell’Europa ad attuare le riforme strutturali farebbero molto più di qualsiasi contributo cinese nel calmare i mercati cinesi e ridurre i rischi. In altre parole, qualsiasi sostegno fornito dalla Cina prevede di “buttare altro denaro nel tentativo di conseguire possibili buoni risultati”.

Ovviamente, anche la riforma di governance del Fmi dovrà essere presa in considerazione. Nel frattempo, l’Eurozona dovrà per forza di cose essere più aperta agli investimenti esteri, e le aziende cinesi dotate di molta liquidità dovrebbero continuare a investire mediante Ide o acquisizioni societarie.

Una potenziale Grexit offrirà alla Cina nuove sfide nei prossimi mesi. Il Dragone deve preoccuparsi della propria esposizione. Ora serve un piano di battaglia per il presente e per il futuro.

 

Articolo ripreso da finanzaediritto.it

Brasile Russia India Cina il futuro dell’economia mondiale

Più di dieci anni fa, prima dell’11 settembre, Goldman Sachs aveva previsto che i paesi BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) sarebbe entrati nelle prime economie mondiali, ma non prima del 2040. È passato un decennio e l’economia cinese è già il numero due, il Brasile è il numero 7, l’India il 10 e la Russia si sta avvicinando sempre di più. A parità di potere di acquisto le cose vanno anche meglio; la Cina è sempre al secondo posto, l’India ora è quarta, la Russia sesta e il Brasile settimo.

Non c’è da stupirsi che Jim O’Neill, che coniò il neologismo BRIC ed è ora direttore di Goldman Sachs Asset Management, abbia evidenziato che “il mondo non dipende più dalla leadership degli Stati Uniti e dell’Europa”. Dopo tutto, dal 2007, l’economia cinese è cresciuta del 45%, quella statunitense meno dell’1, dati abbastanza impressionanti da far arretrare le loro previsioni. L’ansietà americana e lo sconcerto hanno raggiunto nuove vette quando le ultime proiezioni del Fondo Monetario Internazionale hanno indicano che, almeno in una certa misura, l’economia cinese sorpasserà quella degli Stati Uniti nel 2016. (Fino a poco tempo fa, Goldman Sachs aveva suggerito il 2050 per quel cambiamento al primo posto.)

Entro i prossimi trent’anni i primi cinque saranno probabilmente, secondo Goldman Sachs, Cina, Stati Uniti, India, Brasile e Messico. L’Europa Occidentali? Addio.

Un sistema portato alla sua essenza

Un numero sempre maggiore di esperti concorda che l’Asia stia guidando il mondo, anche se ci sono differenze marcate nella narrazione della sua civilizzazione riportata dall’Occidente. Il parlare del “declino dell’Occidente” è tuttora un argomento pericoloso. Un riferimento storico fondamentale è dato dal saggio del 1918 di Oswald Spengler, che riporta lo stesso titolo. Spengler, un uomo della sua epoca, pensava che l’umanità funzionasse grazie a sistemi culturali irripetibili, e che le idee occidentali non sarebbero state pertinenti, o trasferibili, in altre regioni del pianeta. (Dite questo strafalcione ai giovani egiziani di Piazza Tahrir.)

Spengler, naturalmente, aveva fatto proprio lo zeitgest dominato dagli Occidentali di un altro secolo. Considerata le culture come organismi che vivono e muoiono, ciascuna con un’anima separata. L’Est o Oriente era “magico”, mentre l’Occidente era “Faustiano”. Da misantropo reazionario, era convinto che l’Occidente aveva già raggiunto lo status supremo che fosse possibile a una civilizzazione democratica, e per questo che era destinato a far esperienza del “declino” riportato nel titolo.

Se state pensando che ciò risuoni come un precoce “scontro di civiltà” alla Huntington, sareste scusati, perché è proprio quello che voleva significare.

Parlando degli scontri di civiltà, nessuno ha notato che “forse” una prima pagina del TIME si affida ai temi spengleriani e titola in prima pagine “Il Declino e la Caduta dell’Europa (o forse dell’Occidente)”? Nella nostra epoca post-spengleriana, l’”Occidente” è da identificarsi sicuramente con gli Stati Uniti; ma come si può sbagliare un’analisi in questo modo? Forse? Dopo tutto, l’Europa alle prese con una grave crisi finanziaria sarà in “declino” fino a che rimarrà inestricabilmente intrecciata e continuerà a inchinarsi all’”Occidente” – ossia a Washington -, anche se assiste all’ascesa economica simultanea di quello che in passato si etichettava con derisione come “Sud” del mondo.

Pensate al momento presente del capitalismo globale non come a uno “scontro”, ma come a uno “sconto di civilizzazioni”.

Se Washington è ora stordita e viaggia col pilota automatico, in parte ciò è dovuto al fatto che, storicamente parlando, il suo momento di “unica superpotenza” e addirittura “iper-potenza” è durato a malapena i quindici minuti di fama di Andy Warhol, dalla caduta del Muro di Berlino e al collasso dell’Unione Sovietica fino all’11 settembre e alla dottrina Bush. Il nuovo secolo americano è stato rapidamente strozzato in tre fasi ricolme di arroganza: l’11 settembre (blowback); l’invasione dell’Iraq (guerra preventiva) e il collasso di Wall Street del 2008 (capitalismo da casinò).

Nel frattempo, ci si potrebbe chiedere se l’Europa sia abbia ancora opportunità non legate all’Occidente, come potrebbero suggerire i sogni dei vicini, che non si basano sugli Stati Uniti. La Primavera Araba, ad esempio, si è focalizzata su democrazie parlamentari di tipo europeo, non su un sistema presidenziale all’americana. Inoltre, per quanto forti possano essere le ansietà finanziarie, l’Europa rimane il più grande mercato al mondo. In una vasta gamma di campi tecnologici, rivaleggia o supera gli Stati Uniti, mentre le regressive monarchie del Golfo Persico sperperano gli euro (soprattutto per immobili di Parigi e Londra) per diversificare i propri portafogli.

E ancora con “dirigenti” come il neo-Napoleonico Nicolas Sarkozy, David (d’Arabia) Cameron e Angela (“Santa Pazienza”) Merkel che mancano abbondantemente di immaginazione o di competenze, l’Europa di sicuro non ha bisogno di nemici. Declino o meno, potrebbe avere una botta di vita mettendo ai margini il proprio Atlantismo e scommettendo forte sul proprio destino euro-asiatico. Potrebbe aprire le sue società, le sue economie e le culture a Cina India e Russia, spingendo così l’Europa meridionale a connettersi molto più profondamente con la Turchia in crescita, il resto del Medio Oriente, l’America Latina e l’Africa (comunque non attraverso i bombardamenti “umanitari” della NATO).

Diversamente i fatti parlando di qualcosa che va oltre il declino dell’Occidente: è il declino dell’Occidente che, in questi ultimi anni, è stato portato alla sua cruda essenza. Lo storico Eric Hobsbawm ha colto lo spirito del tempo quando scrisse nel suo libro “Come cambiare il mondo”, che “il mondo trasformato dal capitalismo”, già descritto da Karl Marx nel 1848 “in varie fasi di laconica e oscura eloquenza è palesemente il mondo dell’inizio del XXI secolo.”

In un panorama in cui i politici si sono ridotti a uno specchio (rotto) che riflette la finanza e in cui la produzione e il risparmio sono stati soppiantati dal consumo, viene alla luce qualcosa di sistemico. Come recita il famoso verso del poeta William Butler Yeats, “il centro non può reggere” e non lo farà sicuramente

Se l’Occidente cesserà di essere il centro, cosa ha fatto allora di sbagliato?

Sei con me o sei contro di me?

Va ricordato che il capitalismo fu “civilizzato” grazie all’inarrestabile pressione dei solidi movimenti dei lavoratori e della minaccia onnipresente degli scioperi e persino delle rivoluzioni. L’esistenza del blocco sovietico, un modello alternativo di sviluppo economico (anche lui perverso) aiutava allo scopo. Per controbattere l’URSS, i gruppi delle élite a Washington e in Europa dovevano acquisire il supporto delle masse per difendere quello che chiunque non si vergognava a definire “il sistema di vita occidentale”. Venne forgiato un complesso contratto sociale, e ciò comportò alcune concessioni da parte del capitale.

Tutto qua. Non a Washington, ovviamente. E, col passare del tempo, sempre di meno anche in Europa. Quel sistema ha cominciato a venir giù quando – parliamo di questo enorme trionfo ideologico! – il neoliberismo divenne l’unica alternativa. C’era una sola enorme autostrada che avrebbe portato la classe media direttamente nel nuovo proletariato post-industriale, o semplicemente verso la disoccupazione.

Se per ora il neoliberismo è vincente, è solo perché non esiste un modello di sviluppo alternativo e realista, ma quello che è stato sconfitto viene messo sempre più in discussione. Nel frattempo, Medio Oriente a parte, i progressisti di tutto il mondo sono paralizzati, come se si aspettassero che il vecchio ordine si dissolva da solo. Sfortunatamente la storia ci insegna che, nel passato di fronte a crocevia così determinanti, è più probabile andare incontro ai furori, di stampo populista e di destra, o, ancor peggio, al fascismo.

“L’Occidente contro il resto” è una formula semplicistica che non inizia neppure a descrivere di che mondo si stia parlando. Immaginatevi, invece, un pianeta in cui “il resto” sta cercando di sopravanzare l’Occidente in vari modi, ma che ha anche assorbito quell’Occidente in modi troppo complessi da essere descritte. È una cosa davvero ironica: ebbene sì, l’Occidente “declinerà”, Washington inclusa, ma lascerà comunque la sua immagine dappertutto.

Mi dispiace, ma il tuo modello fa pena

Supponiamo che voi siate in un paese in via di sviluppo, che acquisti al supermercato dei paesi del mondo sviluppato. Guardate alla Cina e pensate i vedere qualcosa di nuovo, oppure un modello di consenso che si sta diffondendo ovunque? Dopo tutto, la versione cinese del boom economico senza libertà politiche non diventare un modello da seguire per altre nazioni. Sotto molti aspetti potrebbe sembrare un ordigno letale e inapplicabile, una bomba a grappolo composta da frammenti dell’idea occidentale di modernità frammisti a una formula di stampo leninista, dove un solo partito controlla il personale, la propaganda e soprattutto l’Esercito Popolare di Liberazione.

Allo stesso tempo si tratta di un sistema che evidentemente sta cercando di provare che, anche se l’Occidente ha unificato il mondo – dal neocolonialismo alla globalizzazione -, ciò non implica che sia destinato a comandare per sempre nei termini intellettuali o materiali.

Da parte sua l’Europa sta cercando di vendere ovunque un modello di integrazione sopranazionale per poter risolvere i problemi e conflitti che vanno dal Medio Oriente all’Africa. Ma ogni persona senziente comprende come l’Europa sia sul punto di sfasciarsi nel coro di gazzarre continentali che riguardano le rivolte nazionali contro l’Euro, lo scontento verso il ruolo della NATO come Robocop globale e un’arroganza culturale che non le rende possibile, per fare un esempio, comprendere come il modello cinese abbia così tanto successo in Africa.

Diciamo che i nostri acquirenti guardano ancora agli Stati Uniti, quel paese che è ancora, dopo tutto, la prima economia mondiale, il cui dollaro è ancora la moneta di riserva mondiale e le sue forze armate sono ancora il numero uno per potenza distruttiva e ancora presidiano la gran parte del globo. Tutto ciò potrebbe sembrare impressionante, se non fosse che Washington è visibilmente in declino, oscillando perennemente tra un gretto populismo e un’ortodossia rafferma, frequentando il capitalismo di rapina nel tempo libero. È una superpotenza incartata di una paralisi politica ed economica a cui il mondo assiste, e non è visivamente capace di realizzare una strategia adatta per uscirne.

Quindi, prendereste a modello qualcuno di cui si è parlato qui sopra? In un mondo dove i disordini aumentano ogni giorno di più, dove sarebbe possibile trovare qualcosa da imitare?

Una delle ragioni fondamentali che hanno causato la Primavera Araba è data dai prezzi dei generi alimentari fuori controllo, pilotati in modo significativo dalla speculazione. Le proteste e le rivolte in Grecia, Italia, Spagna, Francia, Germania, Austria e Turchia erano conseguenze dirette della recessione globale. In Spagna, quasi metà dei ragazzi tra i 16 e i 29 anni – una iper-istruita “generazione perduta” – non ha lavoro, un record europeo.

Si tratta del peggio in Europa, ma in Gran Bretagna, il 20% dei giovani tra i 16 e i 24 anni è disoccupato, e si tratta della media del resto dell’Unione Europea. A Londra quasi il 25 per cento della popolazione in età lavorativa è disoccupata. In Francia il 13,5% della popolazione è ora ufficialmente povera, ossia vive con meno di 1.300 dollari al mese.

Come si può vedere in tutta l’Europa occidentale, lo stato ha rotto il contratto sociale. Gli indignados di Madrid hanno perfettamente colto lo spirito del momento: “Non siamo contro il sistema, è il sistema che è contro di noi.”

Ciò descrive l’essenza del fallimento abbietto del neoliberismo capitalista, come David Harvey ha ben spiegato nel suo ultimo libro, “L’enigma del Capitale”. Chiarisce come la politica economica “di spoliazione di massa, di pratiche predatorie che giungono al furto giornaliero – soprattutto dei poveri, dei più deboli, dei semplici e dei non protetti legalmente – è diventata l’ordine del giorno.”

L’Asia salverà il capitalismo globale?

Nel frattempo Pechino è troppo indaffarata a ricreare un proprio destino come Regno di Mezzo globale, schierando ingegneri, architetti e operai del tipo non bombardante dal Canada al Brasile, da Cuba all’Angola – per essere distratta dai travagli atlantisti nel MENA, la regione che include il Medio Oriente e il Nord Africa.

Se l’Occidente è nei guai, al capitalismo globale è stata offerta una proroga – per quanto tempo non sappiamo – dalla comparsa di una classe media asiatica, non solo in Cina e in India, ma anche in Indonesia (240 milioni di persone in modalità boom) e in Vietnam (85 milioni). Non finisco mai di meravigliarmi quando paragono le speranze attuali e la bolla immobiliare del momento presente in Asia alle mie prime esperienze di vite nel 1994, quando questi paesi erano ancora le “tigri asiatiche”, negli anni prima della crisi finanziaria del 1997.

Solamente in Cina 300 milioni di persone – “solo” il 23% del totale della popolazione – vive in aree urbane da medie a grandi e gode di quelli che vengono sempre definiti “introiti a disposizione”. Costituiscono infatti una nazione a parte, un’economia che è già due terzi di quella tedesca.

Il McKinsey Global Institute indica che la classe media cinese ora comprende il 29% dei 190 milioni di famiglie del Regno di Mezzo e che raggiungerà uno sbalorditivo 75% delle 372 milioni di famiglie nel 2025 (sempre che, naturalmente, l’esperimento capitalista della Cina non sia venuto meno in qualche modo e se la sua bolla immobiliare/finanziaria non sarà scoppiata facendo affondare la società.

In India, con una popolazione di 1,2 miliardi di persone, ci sono già, secondo McKinsey, 15 milioni di famiglie con un introito annuale superiore a 10.000 dollari; in cinque anni c’è una proiezione per 40 milioni di famiglie, o circa 200 milioni di persone, che saranno in quella fascia di reddito. E in India nel 2011, come in Cina nel 2001, la direzione è unicamente quella che punta in alto (ancora fino a quando durerà questa proroga).

Gli americani potrebbero ritenere surreale (o iniziare a fare i bagagli per l’estero) un introito annuale di meno di 10.000 dollari in Cina o in Indonesia, quando negli Stati Uniti – dove la famiglia media dispone di circa 50.000 dollari – con la stessa somma si è praticamente poveri.

Nomura Securities prevede che in soli tre anni le vendite al dettaglio in Cina supereranno quelle degli USA e così la classe media asiatica potrà davvero “salvare” il capitalismo globale per un lasso di tempo, ma un ritmo tanto sostenuto che Madre Natura starà seriamente tramando una qualche vendetta catastrofica sotto forma di quello che viene di solito definito come “cambiamento climatico”, ma che è conosciuto più di frequente come “tempo strano”.

Back in the USA

Nel frattempo, negli Stati Uniti il premio Nobel per la pace, il presidente Barack Obama, continua a insistere che stiamo vivendo tutti nel pianeta americano, per fortuna. Se questa filastrocca è ancora frequente in casa, è più difficile convincere il resto del mondo, proprio mentre il primo jet stealth cinese fa un giro di prova quando il Segretario della Difesa statunitense è in visita in Cina. O quando l’agenzia di stampa Xinhua, reiterando il verso dei padroni a Pechino, si è inalberata contro i politici “irresponsabili” di Washington che hanno recitato di recente nel circo del tetto del debito e ha indicato la fragilità di un sistema “salvato” dal crollo grazie alle promesse della Fed di inondare le banche con soldi freschi di stampa per almeno due anni.

E neppure Washington si è dimostrata davvero gentile nel criticare la dirigenza del suo più grande creditore, che detiene 3,2 trilioni di dollari in riserve di moneta, il 40% per del totale globale, e che è sempre più sconcertata dalla letale esportazione della “democrazia per negati” dalle spiagge americane alle zone di guerra dell’Af-Pak , all’Iraq, Libia e verso altri punti caldi del Grande Medio Oriente. Pechino sa bene che una qualsiasi turbolenza provocata dagli Stati Uniti potrebbe ridurre le proprie esportazioni, far collassare la bolla immobiliare e gettare la classe lavorativa cinese in modalità rivoluzionaria radicale.

Ciò significa – malgrado le voci che si alzano dal varietà di Rick Perrye e Michele Bachmann – che non c’è alcuna “malvagia” cospirazione cinese contro Washington o l’Occidente. Infatti, dietro il sorpasso della Cina sulla Germania come primo esportatore mondiale e la sua designazione come fabbrica del pianeta, è presente un gran parte della produzione che è in effetti controllata da aziende americane, europee e giapponesi. Quindi, il declino dell’Occidente esiste, ma l’Occidente è talmente presente in Cina che non se ne potrà andare molto presto. Indipendentemente dagli sbalzi di questo periodo, siamo comunque, per il momento, all’interno di un unico e obbligato sistema mondiale di sviluppo, logoro nell’Atlantico e fiorente sul Pacifico.

Anche se le speranze di Washington per poter “cambiare” la Cina sono un miraggio, quando si parla di monopolio globale del capitalismo chissà cosa ci riserverà il futuro?

La terra desolata redux

Si pensa sempre che gli spauracchi tradizionali del nostro mondo – Osama, Saddam, Gheddafi, Ahmadinejad (che strano, tutti musulmani!) – debbano svolgere la funzione di piccoli buchi neri che assorbono tutte le nostre paure. Ma non salveranno l’Occidente dal suo declino, e l’ex unica superpotenza dall’avere ciò che si merita.

Paul Kennedy, lo storico del declino di Yale, ci ricorderebbe sicuramente che la storia spazzerà via l’egemonia statunitense come l’autunno rimpiazza l’estate (così come fu spazzato via il colonialismo europeo, nonostante le guerre “umanitarie” della NATO). Già nel 2002, durante la preparazione per l’invasione dell’Iraq, l’esperto del sistema-mondo Immanuel Wallerstein stava elaborando questo dibattito nel suo libro “Il declino dell’America” : non c’è da chiedersi se gli Stati Uniti siano in declino, ma se sia possibile trovare un modo per cadere lentamente, senza troppo danno per sé o per il mondo intero. La risposta data nel corso di questi anni è abbastanza chiara: no.

Chi può dubitare che, dieci anni dopo gli attacchi dell’11 settembre, la grande storia globale del 2011 è stata la Primavera Araba, essa stessa una sottotraccia del declino dell’Occidente? Mentre l’Occidente sguazza in un pantano di paure, di islamofobia, di crisi economiche e finanziarie e persino di rivolte e di saccheggi in Gran Bretagna, dal Nord Africa al Medio Oriente la gente mette a rischio la propria vita per tentare di imitare la democrazia occidentale.

Naturalmente, questo sogno è stato parzialmente deragliato grazie alla medievale Casa di Saud e ai leccapiedi del Golfo Persico, che hanno fatto irruzione con una spietata strategia di contro-rivoluzione, mentre la NATO cercava di dare una mano parlando di una campagna di bombardamenti “umanitari” il cui scopo era quello di poter riasserire la grandezza dell’Occidente. Tutto questo mentre il Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, andava giù duro: “Se non si possono schierare le truppe fuori dai propri confini, si può comunque esercitare un’influenza a livello internazionale e poi quella carenza verrà riempita dalle potenze emergenti che non necessariamente condividono i tuoi valori e il suo sistema di pensiero.”

E allora riportiamo la situazione mentre il 2011 si incammina verso l’inverno. Per quanto riguarda il MENA, la NATO si muove per tenere Stati Uniti ed Europa in partita, i paesi BRICS al di fuori dei giochi e i “nativi” al loro posto. Nel frattempo, nel mondo atlantico, gli appartenenti alla classe media riescono a malapena ad essere moderatamente disperati, anche se la Cina è in fase di boom e il mondo intero aspetta tenendo il fiato in attesa delle prossime banalità.

Peccato che non c’è un nuovo T. S. Eliot per descrivere questa logora e medievale terra desolata che subentra all’asse atlantista. Quando il capitalismo viene ricoverato per le cure intensive, quelli che pagano il conto dell’ospedale sono sempre i più vulnerabili, e il conto viene pagato per forza col sangue.

Articolo ripreso da comedonchisciotte.org