Investire nella salvaguardia delle risorse idriche secondo il Forum Economico Mondiale 

Ogni anno a gennaio, poco prima dell’annuale incontro di Davos, il World Economic Forum diffonde un documento di analisi sui rischi globali denominato, per l’appunto, Global Risks.

Il rapporto, frutto di un’attività di studio sviluppata nel corso dell’anno precedente, è costruito per gran parte sui risultati del Global Risks Perception Survey, un sondaggio svolto generalmente a settembre su un campione di oltre 1.000 esperti provenienti da 100 Paesi e rappresentativi della società civile, del mondo accademico ed istituzionale, ma  soprattutto dei settori aziendale e finanziario.

E’ noto come il Forum tra le montagne svizzere costituisca uno degli appuntamenti internazionali più importanti ed esclusivi per i leader globali del mondo economico dove gli esperti stimano, su una scala da 1 a 5, probabilità e impatto di 50 rischi globali proiettati su un orizzonte temporale di dieci anni, vale a dire quale probabilità esista che un dato rischio si manifesti nel corso del decennio e, ove si manifesti, quanto grande possa essere l’impatto.

Quanto a probabilità, quest’anno la palma dei top five va all’aumento del gap tra ricchi e poveri seguito da mancata riduzione dei debiti sovrani, aumento delle emissioni di gas serra e crisi di approvvigionamento idrico ed incapacità nella gestione delle problematiche connesse con l’invecchiamento della popolazione.

Relativamente all’impatto, in cima alla classifica viene collocato il collasso di un’istituzione finanziaria o di una moneta di rilevanza sistemica per l’economia globale, seguito da crisi di approvvigionamento idrico, mancata riduzione dei debiti sovrani, crisi alimentari e diffusione di armamenti di distruzione di massa.

Se il collasso di un’istituzione finanziaria o di una moneta potrebbe riguardare l’Euro, l’incapacità nell’implementare misure efficaci a protezione della popolazione di fronte ai cambiamenti climatici – dati quindi per certi – costituisce invece il rischio più importante tra quelli ambientali.

Per quanto concerne il nostro lavoro, vediamo come il rischio idrico sia collocato al terzo posto fra le probabilità e addirittura al secondo per quanto riguarda l’impatto. Sono entrambe posizioni che devono indurre a meditare.

Novità dell’edizione 2013: poiché prevenire è meglio che curare, a 14.000 top manager è stato chiesto di esprimere un parere sulle capacità di monitoraggio, prevenzione e gestione dei rischi globali da parte dei propri governi nazionali. Sorpresa: Singapore risulta al primo posto, in realtà guadagnato grazie ad ingenti investimenti in denaro e risorse finalizzate al potenziamento delle capacità di previsione strategica di lungo termine, sviluppando un sistema nazionale di horizon-scanning in stretta sinergia tra governo, università, ricerca ed aziende private considerato un modello a livello internazionale. La Germania è al 17° e il Regno Unito al 20°, gli USA al 29° e la Cina al 30°, la Francia al 31° e l’Australia al 32°. Noi siamo come il nostro prefisso telefonico: 39, prima di Israele (44°), Spagna (53°), Giappone (67°) e Russia (73°).

Ed ora scarrelliamo passando dal campo lungo dello scenario mondiale al primo piano della questione idrica di casa nostra.

Si è svolto sabato 18 gennaio a Milano il Forum sull’Acqua Pubblica, che ha evidenziato come inalterate permangano le criticità legate all’applicazione del referendum del 2011, quando 27 milioni di italiani hanno votato si alla ripubblicizzazione dell’acqua.

In particolare i relatori hanno affermato come l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas riproponga nelle bollette il calcolo per cui la remunerazione del capitale investito, abrogata dai referendum, viene camuffata sotto la denominazione oneri finanziari.
I relatori hanno inoltre espresso riserve sulla capacità del metodo tariffario di garantire gli investimenti necessari al comparto idrico, che dovrebbero però essere definiti come costi, “tutelando gli interessi di pochi e ricchi privati, a scapito degli interessi della collettività e del tessuto sociale sempre più impoverito ed attaccato nella crisi in cui viviamo”.

A nostro avviso, sia pure per completezza informativa, il convegno è andato brevemente fuori tema descrivendo certe dinamiche della Cassa Depositi e Prestiti, alimentata primariamente dal deposito postale e che dal 2003 ha modificato la propria forma giuridica da ente pubblico a SpA, applicando ai Comuni che vi contraggono mutui interessi ai tassi di mercato.

Siamo altresì convinti che una ripubblicizzazione dell’acqua a prescindere non costituisca affatto la panacea dei mali che affliggono il servizio idrico. Gli stessi relatori si sono contraddetti parlando di un metodo tariffario inadatto a garantire gli investimenti, chiamandoli però poi costi. Ma gli impianti di desalinizzazione, potabilizzazione, adduzione, distribuzione, depurazione e via enumerando non possono costituire semplici costi, bensì investimenti. Investimenti a lungo termine, frutto di programmazione, di lungimiranza, di scelte tecniche, di consenso.

Pensiamo solo alle condotte di trasferimento, che secondo uno studio del 2005 perdevano lungo il percorso il 29% di acqua, salito al 37% nel 2009 ed ancora, secondo gli ultimi dati disponibili, risalenti al 2011, al 41%.

La dimostrazione che non sempre privato sia sinonimo di nefandezza l’ha portata proprio il Comitato Milanese Acqua Pubblica. Premesso che a Milano la gestione idrica è affidata alla Metropolitana Milanese SpA, alla domanda su quali fossero le iniziative attuate in ordine alla campagna di obbedienza civile sulla tariffa, che prevede l’autoriduzione del 7% di remunerazione del capitale, il Comitato ha risposto: No, non abbiamo partecipato alla campagna di obbedienza civile sulla tariffa perché abbiamo valutato che a Milano non ne sussistessero le condizioni:

  • sulle bollette dei milanesi non ha mai gravato l’onere del 7% di remunerazione del capitale, bensì una quota molto più ridotta che si aggira intorno al 2%;
  • in questa città le bollette dell’acqua sono le più leggere d’Italia a fronte di una altissima qualità: in queste condizioni non ci sono margini per convincere i cittadini all’autoriduzione. (fonte: Comitato Milanese Acqua Pubblica)

Lo abbiamo già visto in passato, e in numerosi settori, che la privatizzazione spinta all’estremo è come le sigarette: nuoce gravemente al servizio offerto. Pensiamo solo alle ferrovie da quando preferiscono giocare a Monopoli piuttosto che far partire i treni senza rincorrere mire di scempio ambientale per guadagnare venti minuti di percorrenza.

Ma anche il pubblico ad ogni costo della medicina ha solo l’amaro, e non è detto che faccia bene: tavoli, commissioni, spartizioni, consulenze, presidenze, comitati, bilancino del farmacista elettorale.
E intanto gli investimenti languono, quando vengono avviati i lavori la tecnologia è obsoleta, i soldi stanziati non bastano più, lo scenario è mutato… tutte cose che conosciamo.

La soluzione ideale, a nostro avviso, è una società la cui proprietà sia ripartita fra i diretti utilizzatori del servizio, che sarebbero così garantiti dal fatto di disporre del servizio stesso e dal timore che nessun altro possa comprare la loro fonte idrica. Una confederazione, un consorzio o, meglio ancora, un fondo, possono inoltre garantire economie di scala attraverso lo scambio e l’implementazione di tecnologie comuni oltre che di una tutela normativa.

Alberto C. Steiner