Tassare due volte chi gestisce il risparmio in Italia

Dai 6 a i 15 milioni di euro provenienti dalle tasche dei 30.000 promotori finanziari fanno gola a un Governo che non vuole sentire ragioni sull’assurdità della doppia iscrizione all’Albo e all’OAM. Mentre lo stesso Governo concede alcuni “privilegi” e cade in alcune contraddizioni.
Chi  tra i promotori finanziari si aspettava una intelligente retromarcia dell’esecutivo sul “mostro giuridico” della doppia iscrizione, varato incautamente lo scorso 14 settembre da Palazzo Chigi, è rimasto deluso ascoltando giovedì scorso in aula il sottosegretario del Mef Vieri Ceriani che ha replicato all’interrogazione dei quattro senatori della Commissione Finanze del Senato (Costa, Leddi, Germontani, Lannutti) facendo presente che il provvedimento è “frutto di una riformulazione che tiene conto delle osservazioni sul punto delle commissioni di Senato e Camera”. E già qui emerge una contraddizione, visto che proprio le Commissioni avevano evidenziato l’illogicità della doppia iscrizione.
Il vice del ministro Vittorio Grilli  ha spiegato che la promozione e il collocamento di contratti relativi alla concessione di finanziamenti o alla prestazione di servizi di pagamento da parte dei promotori finanziari iscritti nell’apposito Albo non costituisce esercizio di agenzia in attività finanziaria. Ma, ha aggiunto, “a seguito dei confronti con la Banca d’Italia durante l’iter di predisposizione dello schema di decreto, al fine di garantire il rispetto dell’obbligo di monomandato sancito per gli agenti finanziari anche a tutela dei consumatori, si è ritenuto opportuno precisare che l’esclusione scatta se i finanziamenti o i servizi di pagamento sono “volti a consentire agli investitori di effettuare operazioni relative a strumenti finanziari”.
Curioso: una delle giustificazioni date dal Governo agli obblighi imposti ai promotori finanziari è quindi legata al desiderio di “rispettare l’obbligo di monomandato sancito per gli agenti finanziari”.
Ma i pf non hanno già quest’obbligo?
“Nel caso in cui le attività di promozione e collocamento dei contratti finanziari risultino accessorie rispetto a operazioni relative a strumenti finanziari – ha proseguito Ceriani – al promotore finanziario è richiesta solo l’iscrizione all’Albo dei promotori finanziari”; invece, “in assenza del vincolo di accessorietà, ovvero in tutti i casi di conclusione di contratti finanziari, i promotori sono tenuti a iscriversi anche nel nuovo elenco tenuto dall’Organismo degli agenti e mediatori”.
Il vice di Grilli ha segnalato che la Consob, sentita sul tema, ha indicato la possibilità di individuare apposite forme di coordinamento con Bankitalia per delineare le competenze di ciascuna autorità e per chiarire in via interpretativa il concetto di “accessorietà”. La palla, dunque, adesso passa a Consob e Bankitalia: ma non si capisce bene cosa sia questa fantomatica “accessorietà”.
Vale la pena sottolineare, inoltre, che dalla doppia iscrizione sono esentati i dipendenti bancari (così l’ABI porta a casa un buon risultato in termini di capacità di lobby) e i dipendenti delle SIM. Mentre i promotori finanziari saranno tenuti alla doppia iscrizione facendo affluire nelle casse del Mef, approssimativamente, dai 6 ai 15 milioni di euro.
Ceriani ha concluso il suo intervento ricordando che da parte del Governo c’è la disponibilità ad approfondire e valutare eventuali ulteriori proposte sui temi affrontati. E bene ha fatto il senatore Rosario Giorgio Costa (PdL) a dichiararsi solo “parzialmente soddisfatto” della risposta, tenendo fermo il punto della “palese incongruenza” della disciplina varata dall’esecutivo.
La battaglia continua: ma si fa strada la convinzione che il governo si senta giustificato a varare un assurdo giuridico solo per poter mettere le mani nelle tasche dei promotori finanziari.
Articolo ripreso dal sito advisoronline.it