Tassare le imprese italiane ai livelli attuali ne impedisce lo sviluppo

Quella del governo Monti è, a regime, una manovra da 30 miliardi di euro, di cui il 58,41% costituito da maggiori entrate fiscali e il 41,59% costituito da tagli di spesa.

Nell’immediato, però, ossia sul 2012, la contribuzione richiesta ai cittadini, sotto forma di aumento della pressione fiscale, arriva addirittura al 76,13% della manovra complessiva.

Tra le maggiori entrate fiscali, tre voci da sole concorrono a formare oltre l’80% delle aspettative di maggiore gettito: la nuova imposizione sugli immobili (Imu), per il 46,49%; le accise sui carburanti, per il 24,17%; l’addizionale regionale Irpef, per il 9,36%.

L’incremento di due punti percentuali delle aliquote Iva del 10% e del 21% (due punti e mezzo a partire dal 2014) non costituisce invece maggiore entrata, perché interamente destinato a coprire i “vuoti a perdere” di entrate fiscali che la precedente manovra aveva lasciato sostanzialmente indefinite, rinviando alla legge delega fiscale e previdenziale.

Ciò non di meno, quando l’aumento arriverà, si sentirà eccome.
Tra i tagli di spesa, quasi l’intero ammontare è ascrivibile ai soli interventi in materia previdenziale (77,55%) e ai tagli concernenti province e comuni (21,66%).

La manovra è destinata: per il 69,31% a copertura del deficit, al fine di consentire l’avvicinamento dell’obiettivo del pareggio di bilancio; per il 19,30% a copertura di stimoli per la crescita economica, rappresentati essenzialmente: dall’introduzione di un regime di favore fiscale per la capitalizzazione delle imprese; dalla riduzione del costo del lavoro, mediante la previsione della deducibilità dal reddito di impresa della parte di Irap calcolata sul costo del lavoro; da regimi di favore fiscale per l’occupazione di giovani e donne; per l’11,39% a copertura di nuove spese indifferibili, quali in particolare il rifinanziamento delle spese delle missioni militari all’estero e del fondo pubblico per il trasporto locale.
Prima della manovra, la pressione fiscale che risultava attesa dopo gli interventi operati da ultimo lo scorso agosto era il 44,04% sul 2012; il 44,84% sul 2013; il 44,83% sul 2014.

Per effetto della manovra Monti, la pressione fiscale attesa cresce al 45,17% sul 2012; al 45,70% sul 2013; al 45,54% sul 2014. Già questi numeri bastano e avanzano a far pensare che, come spesso è accaduto nella storia dei popoli e dei Paesi, saranno ancora una volta le tasse la scintilla su cui potrebbero innestarsi processi drammatici e irreversibili che devono assolutamente essere scongiurati.

Basti pensare che il senso di oppressione fiscale, avvertito da parte di una ampia fetta di cittadini sin dalla fine degli anni ’80, si è sviluppato in un contesto in cui la pressione fiscale non ha mai superato il 44% ed anzi soltanto due volte ha superato quella del 43%: nel 1997 (43,63%) e nel 2007 (43,05%).

In realtà, anche queste percentuali che sfondano la barriera del 45% sono da ritoccare ulteriormente al rialzo, perché calcolate assumendo come Pil atteso per gli anni 2012, 2013 e 2014 quello risultante dall’ultimo aggiornamento del Documento Finanziario Economico, secondo cui il Pil del 2012 si dovrebbe attestare a 1.622 miliardi di euro (con un tasso nominale di crescita rispetto al 2011 dell’1,8%); il Pil del 2013 si dovrebbe attestare a 1.665 miliardi di euro (con un tasso nominale di crescita rispetto al 2012 del 2,6%); il Pil del 2014 si dovrebbe attestare a 1.714 miliardi di euro (con un tasso nominale di crescita rispetto al 2013 del 2,9%).

Se, in linea con le più recenti previsioni relative al 2012 e tenuto conto degli inevitabili effetti parzialmente recessivi della manovra, si rivedono le stime di crescita del Pil sulla base di più realistici tassi nominali di crescita dell’1% sul 2012 e del 2% sul 2013 e sul 2014, la pressione fiscale attesa arriva a sfiorare sul 2014 il 47% (46,85%).
Uno scenario assai più realista che non pessimista, scongiurabile solo attraverso una ripresa della crescita economica che, però, proprio manovre di questo tipo, per quanto obbligate e ponderate, rendono più difficoltosa.

Purtroppo, così come quando è un’azienda a ristrutturare, si accetta la logica degli esuberi, per evitare che tutti vengano tirati a fondo e confidare in ripartenze che possano in seguito riassorbirli, oggi che è lo Stato da ristrutturare bisogna accettare la stessa logica.

E non c’è lotta all’evasione che tenga: non perché non debba essere fatta, anzi; ma perché i suoi proventi devono essere per forza utilizzati per contribuire ad abbassare le imposte a chi già le paga e non possono quindi finanziare spesa.

Se non sapremo capire queste due verità essenziali e continueremo ad utilizzare come leva assolutamente prevalente quella dell’incremento delle entrate fiscali, raggiungeremo senz’altro quella pressione fiscale 47 e potremo allora essere certi che, senza distinzioni tra settore pubblico e settore privato, tra giovani e pensionati, toccherà all’intero Paese essere “morto che parla”.

 

Articolo ripreso da eutekne.info